lunedì 7 novembre 2011

Edilizia criminale

Chi bisogna ringraziare per le vittime delle alluvioni e del dissesto idrogeologico?

Chi ha costruito - o fatto costruire - in modo così criminale?

Gli amministratori hanno le loro responsabilità di sicuro, ma chi ha chiesto loro l'autorizzazione a costruire (quando lo ha fatto) in luoghi che non sono idonei neanche a metterci un gazebo?

I sindaci hanno concesso le autorizzazioni edilizie, qualcuno avrà anche chiesto mazzette.

Ma chi ha costruito? Chi ha regolarizzato o condonato gli abusi edilizi commessi?

Per dare a Cesare quel che è di Cesare, bisogna ricordarsi che i veri responsabili siamo stati noi e i nostri amati concittadini.

Non siamo forse noi, o il nostro vicino di casa, che voleva avere una seconda casa in posti impossibili, magari con vista mare?

Quanti di noi hanno affittato la casa per la villeggiatura al mare o in montagna - e magari qualcuno lo fa ancora (beato lui) - che, volendo magari risparmiare, lo fa in nero?

Chi si arricchisce con la speculazione immobiliare?

Non solo gli amministratori disonesti ma anche tanti nostri amati concittadini.

C'è chi ha cercato anche di risparmiare sui costi ed ha fatto costruire in economia.

Costruire secondo i giusti criteri costa di più.

Con chi è giusto essere incazzati?

Alluvioni in Italia: le colpe dell'edilizia
di Cristian Fuschetto
Dopo Genova, l'emergenza maltempo si è spostata sul Piemonte, ma l'attenzione resta alta anche in altre regioni. Se avessimo costruito in modo più intelligente, si sarebbe potuta evitare la tragedia?
Non è stato il solo maltempo a provocare il disastro in alcune regioni italiane. La Natura è stata solo la scintilla che ha innescato una vera e propria bomba a orologeria costruita, seppur inconsapevolmente, dall’uomo. Sappiamo infatti che nel nostro paese ci sono 6.643 i comuni a rischio idrogeologico, l’82 per cento del totale. “Nonostante questo, non c’è un piano urbanistico che tenga conto della mappatura del rischio idrogeologico”, denuncia Francesca Ottaviani, responsabile di Operazione Fiumi, la campagna di Legambiente e del Dipartimento della Protezione Civile dedicata al rischio idrogeologico nel Paese.
E non è solo una questione di abusivismo, ma è l’andamento stesso del processo di urbanizzazione a mettere in ginocchio città e piccoli centri di fronte ai sempre più frequenti rovesci torrenziali. A guidare la classifica della cementificazione sono Lombardia, Veneto e Campania con una percentuale di superfici artificiali che si stima rispettivamente intorno al 14, l’11 e il 10,7 per cento. Seguono Lazio ed Emilia con il 9. Se aumenta l’asfalto aumenta la superficie impermeabile e se aumenta la superficie impermeabile aumenta il rischio di frane e alluvioni. “ Se poi consideriamo che i processi di antropizzazione del suolo portati avanti negli ultimi decenni si sono concentrati in maniera indiscriminata proprio lungo i corsi fluviali, non devono stupirele le tragiche scene a cui purtroppo abbiamo dovuto assistere in questi gironi”, dice Ottaviani
.

Il punto debole del sistema idrogeologico italiano è rappresentato soprattutto dal cosiddetto reticolo geografico minore, solo apparentemente meno preoccupante e per questo bersaglio preferito per costruzioni regolari e non . “Anche lungo questi corsi – spiega Ottaviani - si è massicciamente costruito, il che è stato un errore gravissimo perché se è vero che i torrenti nel corso dell'anno sono in secca o comunque hanno una portata piccolissima, è vero anche che in presenza di precipitazioni importanti essi amplificano in modo esponenziale portata e rischi. Non è possibile stupirsi ora di cose in sé molto semplici”. Non è possibile eppure gli enti territoriali sono sistematicamente in ritardo rispetto ai monitoraggi idrogeologici. “I piani urbanistici – precisa l’esperta –
ne tengono conto come se si trattasse di indicazioni facoltative, siamo in presenza di un gestione delle acque a dir poco irrazionale”.
Anche il Wwf e il Fai puntano l'indice contro Comuni, Provincie e Regioni. “E’ inoltre il caso di ricordare – dicono in una nota -  che in questi ultimi anni in Italia si è completamente abbandonata qualsiasi azione strutturata per la difesa del suolo: le autorità di bacino, istituite con la preveggente legge 183/89, sono state delegittimate, i Piani di assetto idrogeologico che obbligavano i comuni a considerare il rischio nei loro territori sono stati accantonati e le direttive europee sulle acque (2000/60/Ce) o sul rischio alluvionale (2007/60/Ce) sono ‘lettere inevase’ di uno Stato sempre più lontano dall'Europa”.

Anche un altro rapporto realizzato sempre da Legambiente, in collaborazione con l’ INU, l’Istituto Nazionale di Urbanistica, il rapporto Ambiente Italia 2011, presenta cifre eloquenti: nel Belapese il cemento invade 2 milioni e 350.000 ettari, il 7,6 per cento del territorio nazionale, ovvero  415 metri quadri per abitante. Questo per quel che concerne le costruzioni regolari. Se passiamo all’abusivismo le cose diventano ancora più fosche. Solo in Campania, che detiene il primato del mattone illegale, si calcola che negli ultimi 10 anni siano sorte 60mila case abusive. In pratica un'intera città
A porre il sigillo su una situazione idrogeologicamente, oltre che legalmente e moralmente, insostenibile è Francesco Peduto, presidente dell’ Ordine dei Geologi della Campania.
“Ancora una volta accusiamo la mancanza di manutenzione e di reali azioni di prevenzione pre -evento. Con i nostri legali stiamo valutando di costituirci parte civile nei vari processi per disastro colposo che seguono le diverse sciagure che si susseguono. Accusiamo la mancanza  - spiega - di piani di protezione civile realmente operativi e di piani di emergenza nelle zone ad elevato rischio, previsti dalle normative di settore vigenti, per cui ad ogni tragedia non si sa chi doveva fare cosa e chi è responsabile di cosa. Nel nostro Paese, purtroppo, nel campo della difesa del suolo, si sommano le carenze normative all’inerzia ed agli inadempimenti delle pubbliche amministrazioni e, sia a livello nazionale che regionale il quadro normativo nel settore non è ancora coerente con gli obiettivi di una moderna politica di salvaguardia e tutela dal dissesto idrogeologico”.

sabato 22 ottobre 2011

Leonardo da Vinci alla Certosa di Pavia

Cronaca di un'altra occasione mancata.

Questa notizia arricchisce ancor di più il valore dei tesori che abbiamo ereditato dal passato. Leggere sulla Provincia Pavese che gli studi e le ricerche portano a questi risultati fa piacere. Ho però la sensazione che manchi qualcosa.

Questi studi e ricerche saranno stati senz'altro adeguatamente pubblicizzati nella cerchia degli esperti e degli "addetti ai lavori". Il convegno organizzato sarà stato sicuramente seguito ed apprezzato dagli "esperti del settore" che hanno sicuramente partecipato numerosi: è il proprio lavoro ed é loro dovere farlo.

Lungi da me la tentazione di voler criticare le esigenze della "comunità scientifica", ma sfruttare in modo più appropriato queste occasioni dovrebbe essere per loro un vanto ed un onore. Peccato che un'evento di questa rilevanza sia stato organizzato in giorni feriali. E' come se qualcuno volesse tenerci all'oscuro di queste nostre ricchezze. Non capisco perché non si riesce a dare la possibilità anche a noi "comuni mortali" di poter apprezzare queste opere e condividere questi valori. Che nessuno si lamenti quando si accorge che molti nostri concittadini non si rendono conto di vivere in un Paese ricco di fragili tesori.

Anche ad un'altra cosa penso. Molti studiosi si lamentano della scarsità delle risorse economiche di cui dispongono. Forse un evento di questo tipo poteva essere un'occasione per raccogliere i denari di cui tanto lamentano la scarsità. Che ne so, magari si sarebbe potuta organizzare una mostra a pagamento. La partecipazione di un pubblico più vasto lo avrebbe permesso. E senza sminuire l'importanza della ricerca ne avrebbe anzi amplificato il valore ed accresciuto i meriti di chi studia le nostre opere d'arte.

E' un peccato - in senso strettamente biblico - sprecare i propri talenti. Purtroppo, in questo caso, è andata sprecata un'occasione preziosa di legittimo sfruttamento economico. Scusatemi per la "parolaccia" sfruttamento. In altri contesti - anche artistici, o pseudo tali - vengono "inventati" ad arte eventi "sensazionali" su cose e fatti di nessun valore. Dispiace dirlo, ma sprecare queste opportunità - secondo me - è veramente un peccato.

San Giorgio uccide il drago (Certosa di Pavia)

Ecco la statua di Leonardo - Lo rivela un prof a Certosa
Una statua in terracotta alta non più di mezzo metro attirerà l’attenzione di tutto il mondo sul convegno che si terrà domani alla Certosa. Quando Edoardo Villata dell’università Cattolica svelerà che c’è la mano di Leonardo da Vinci dietro un San Girolamo conservato al Victoria & Albert Museum di Londra, si scateneranno critiche e lodi. Innanzitutto perchè l’attribuzione vinciana di Villata va a scontrarsi con la tesi di un insigne studioso come Sir Pope-Hennessy che la ritenne opera di un alunno del Verrocchio. Ma soprattutto perchè delle tante sculture realizzate da Leonardo (le sue carte e molte fonti antiche testimoniano una sua passione per la terracotta) nessuna è arrivata fino a noi con la certezza di appartenere alla mano del maestro. Il San Girolamo ha una storia travagliata: al museo londinese arrivò grazie all’acquisto della collezione di Giovan Petro Campana marchese di Calvelli, direttore a metà ’800 del Monte dei Pegni di Roma finito in disgrazia proprio per gli sfrenati acquisti di pezzi antichi. «Ma non ci sarà solo la questione Leonardo al convegno – spiega la professoressa pavese Maria Grazia Albertini Ottolenghi che presiederà i lavori – Si parlerà di un tessuto straordinario d’arte nel Ducato di Milano. Un patrimonio che non va per nulla sottovalutato». «Oltre a Leonardo – dice Letizia Lodi, soprintendente del Museo della Certosa – ci saranno altri grandi autori, a cominciare da Giovanni Antonio Amadeo che mise mano al chiostro di San Lanfranco a Pavia. Inoltre si farà una mappatura del grande Rinascimento in Lombardia» Al convegno (ore 9) Donata Vicini interverrà sulle terrecotte dei Musei Civici di Pavia (dei quali è stata direttore). «Parlerò sulle terrecotte architettoniche sugli edifici tra Pavia e Milano nella seconda metà del ’400 - annuncia Maria Teresa Mazzilli dell’ateno pavese – Opere che si trovano nel Seminario di Pavia, ma anche in molti altri monasteri. Un lavoro sul quale mi concentro da dieci anni».
Linda Lucini
dalla Provincia Pavese del 17 ottobre 2011 
«Leonardo scultore, ecco le prove»
Castelli, palazzi e chiese impreziosite da terrecotte. Un patrimonio di cui sono ricche le terre di Lombardia e soprattutto le città sforzesche. E proprio delle “Terrecotte nel Ducato di Milano” si è parlato durante il convegno che ha preso il via lunedì scorso a Milano e il cui proseguimento si è tenuto martedì a Certosa. Si è trattato di un percorso tra formelle e frammenti di terrecotte che sono state ritrovate nell’architettura pavese. Palazzo del Maino, Cascina Caselle, Canepanova, San Lanfranco, il castello Visconteo, solo per ricordare alcuni degli storici edifici arricchiti da «una straordinaria varietà di terrecotte, catalogate nel nostro museo», come ha ricordato durante il convegno Donata Vicini, già direttore dei Musei Civici di Pavia. La terracotta era un materiale privilegiato, impiegato con maggiore frequenza durante ilperiodo del Rinascimento, anche per la sua economicità. E di esempi se ne trovano nell’architettura di quel periodo realizzata tra Certosa e Pavia, come ha spiegato Maria Teresa Mazzilli, docente dell’ateneo pavese, durante il suo intervento sul tema: “Angeli e putti nelle terrecotte architettoniche rinascimentali”. «Si tratta di una tecnica preziosa – sottolinea Mazzilli – legata alla produzione architettonica dell’età sforzesca e che si ritrova in molti cantieri pavesi». Un viaggio tra le terrecotte della Certosa, nel chiostro pilota, ma anche di quelle che si ritrovano nei chiostri di San Lanfranco e del seminario vescovile. Queste hanno rappresentato l’argomento percorso da Letizia Lodi della Soprintendenza ai beni artistici della Lombardia, che ha messo a confronto i diversi restauri effettuati.
dalla Provincia Pavese del 19 ottobre 2011
Leonardo da Vinci scultore.
Un’ipotesi che si rincorre nei secoli. Sono molte le sculture che verrebbero attribuite al grande artista, ma mai nessuna identificata con certezza. Il problema sta tutto “in un nome senza opere”. Nessun accordo è stato raggiunto tra gli studiosi dell’arte in una ricerca che dura nel tempo e a cui hanno partecipato nomi insigni come Sir John Pope-Hennessy, che fu anche direttore del Victoria and Albert Museum di Londra, o Kennet Clark. E proprio dal museo londinese arriva una scultura in terracotta la cui paternità, secondo lo studioso Edoardo Villata, docente dell’Università Cattolica di Milano, potrebbe essere attribuita a Leonardo. In questa statua che raffigura un San Girolamo in meditazione, alta 51 centimetri e larga una quarantina, si ritrovano, secondo lo studioso, la qualità formale, il linguaggio figurativo, le competenze anatomiche di Leonardo da Vinci. «Un’ipotesi di studio», precisa Villata durante il convegno che si è svolto ieri nella sala Carthusiana della Certosa sulle terrecotte nel primo Rinascimento, convegno presieduto da Maria Grazia Albertini Ottolenghi, docente dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Ma un’ipotesi rafforzata da elementi precisi, come il movimento, fondamentalmente instabile, del busto voltato all’indietro, la struttura che esprime una forza straordinaria, gli ampi panneggi. E poi le linee intense del volto, rapito nella meditazione di un libro, e la mano tra la barba, i cui fiocchi sembrano fuoriuscire dalle dita, come una sorgente che zampilla dalla roccia. «E’ un’idea leonardesca – sottolinea il docente – come la muscolatura sotto sforzo, delineata nella terracotta, che fa pensare alla competenze anatomiche di questo geniale artista. Sono molti i particolari riconducibili alle tipologie leonardesche, quelle che ritroviamo nel Cenacolo». Leonardo avrebbe realizzato l’opera in terracotta nel suo periodo milanese, quando poco dopo il 1480 fu chiamato alla corte del Moro, un impianto grandioso per rappresentare il santo raffigurato durante un momento di studio con le gambe accavallate. Leonardo da Vinci plastificatore, nonostante ritenesse la pittura superiore alla scultura. «Amava modellare, soprattutto la terracotta», sottolinea Villata. Ma il mondo scientifico come ha accolto l’ipotesi di una paternità di Leonardo? «Con grande interesse – ammette Villata – ora bisogna vedere se vi saranno conferme. La ritengo comunque molto probabile». La possibile attribuzione al genio di Leonardo è nata dopo un attento lavoro di catalogazione. «Uno studio durato circa due anni – precisa il docente –. Ma credo che serva un successivo approfondimento». Prima la statua fu attribuita a Verrocchio, maestro di Leonardo, poi, nel 1966 Sir Pope-Hennessy la declassò ad opera di un suo seguace, finchè si sostenne che fu realizzata da uno scultore fiorentino Giovan Francesco Rustici, autore del gruppo bronzeo con la Predica del Battista, all’esterno del battistero di San Giovanni, a Firenze. Il San Girolamo fu acquistato dal South Kensington Museum di Londra, ora Victoria and Albert, faceva parte della collezione di Giovan Pietro Campana, marchese di Calvelli, direttore del Monte dei pegni di Roma nella metà dell’800, finito in miseria per i suoi sfrenati acquisti di opere antiche.
Stefania Prato

mercoledì 14 settembre 2011

PALIO CARTHUSIANO 2011 di Certosa di Pavia

“Stare insieme procura gioia”

Il 23, 24 e 25 settembre 2011, nell'occasione della Sagra di San Michele Arcangelo, il Comune di Certosa di Pavia - con la collaborazione delle associazioni locali - ha organizzato il Palio Carthusiano 2011

Partecipano ai giochi del Palio sei squadre, che rappresentano i 6 rioni e frazioni di Certosa di Pavia.
Ogni gruppo - composto da 19 persone - avrà uno stendardo con i propri colori. Le squadre si cimenteranno in diverse gare e tornei. Alla vincente sarà consegnato lo stendardo raffigurante il Palio Carthusiano 2011.
Tutte le famiglie sono invitate a trascorrere insieme questo palio in allegria...
Siete pronti a divertirvi con noi?
Ecco il programma...
Al campo sportivo di CASCINE CALDERARI, venerdì 23 sera dalle ore 20.00 e sabato 24 pomeriggio, con inizio alle ore 15.00 verrà disputato un "Torneo di Calcetto" a 7 giocatori
Nelle strade di TORRIANO, alle ore 20.30 di sabato 24 sera, le 6 squadre correranno una gara di "Staffetta con Fiaccola"

All'Oratorio San Riccardo Pampuri a CERTOSA - TORRE DEL MANGANO, durante tutta la giornata di domenica 25 settembre si svolgerà un intenso programma che prevede:
  • alle ore 11.00 la Santa Messa
  • alle ore 12.00 una sfilata di automobili FIAT 500 d’epoca
  • alle ore 12.30 il pranzo conviviale (per prenotare telefonare a Cristina 3384605322, dalle 19.30 alle 21.00)
  • alle ore 15.30 i giochi finali con le 6 squadre
  • al termine dei giochi la consegna del Palio Carthusiano 2011 ai vincitori
Per i bimbi più piccoli saranno disponibili i GONFIABILI
Chi volesse partecipare alle gare del Palio può ricevere ulteriori informazioni in Oratorio.
Per le iscrizioni alle squadre, contattare direttamente i capitani.

Le squadre ed i loro capitani sono:
CERTOSA OVEST - Angelo
CERTOSA EST - Giorgio
CERTOSA SUD - Cristian
CASCINE CALDERARI - Maikol
SAMPERONE - Casa del Giovane
TORRIANO - Gabriele

I responsabili del Palio sono:
MARIO
FRANCA
Si ringraziano gli sponsor ed i sostenitori della manifestazione

martedì 9 agosto 2011

Il deserto della Certosa di Pavia
(una speculazione edilizia del XIV secolo)

Sembra che certi argomenti siano diventati di strettissima attualità e, a sostegno di quanto detto l'altro giorno da Alberto Arecchi, ripubblico un mio post che avevo già scritto a novembre del 2010, quando mi capitò di leggere un bell'articolo di Giorgio Boatti dedicato alla Certosa di Pavia.

Oggi lo spunto mi viene da quello che ho letto domenica 7 agosto 2011 sempre sulla Provincia Pavese, in un paradossale (ma forse non poi così tanto) articolo di fantacronaca. Il finale potrebbe anche realizzarsi. Non temete, non c'è mai limite al peggio.

Chi resta con le pive nel sacco è chi ha usato questo monumento e questo territorio come merce di mero scambio per cose che sembra siano diventate più rarefatte ed illusorie di un miraggio nel deserto. Chi ci ha condotto a questo punto, speriamo di non ritorno, rischia di fare la fine del protagonista del "Deserto dei Tartari" - il tenente Drogo - il quale con le proprie ferme convinzioni ed i propri ideali visionari si illude che la difesa del suo avamposto potesse cambiare il destino dell'umanità ed avesse un senso. La vita del tenente si è così consumata in una assurda speranza di poter cambiare il destino di ciò che non poteva essere cambiato. Come nel romanzo le illusioni di Drogo hanno vanificato la sua vita e il suo ideale astratto - di altissimo valore, sarebbe molto brutto e spiacevole scoprire che chi disse di voler bene a questo paese potrebbe averne invece determinato il male peggiore.

Quando, nel 2012, il paese andò all'asta

L'agente edile del Comune di Certosa di Pavia, durante un sopralluogo, ha casualmente identificato un'enorme costruzione abusiva, edificata in assenza di concessione edilizia; è stata inoltrata ai proprietari comunicazione di accertamento per abuso edilizio. Dal rapporto dell'agente edile risulta che: «Il vasto complesso abusivo comprende alcuni cortili a più piani e un compound di villette unifamiliari, per n. 21 unità, disposte intorno ad una vasta corte comune. Le villette appaiono disabitate, ma non si può escludere che di esse si sia svolto un mercato illegale. Dalla ricerca catastale, è emerso che le stesse opere abusive sorgono su area pubblica, di proprietà demaniale». L'esperto ambientale ha negato l'autorizzazione paesaggistica in sanatoria, perché le altezze di talune parti risultano decisamente superiori alle massime consentite. La costruzione è infatti coronata da un alto tiburio e da diverse guglie, difformi rispetto ai caratteri generali dell'edilizia locale, improntati allo stile della "cascina lombarda". La Commissione edilizia ha infine stabilito di concedere una sanatoria, a condizione che "…vengano demolite tutte le parti che superano i m 10,57 d'altezza rispetto al piano di campagna, soppressi gli archi acuti delle finestre, che tutte le ornamentazioni - improntate ad esagerata ridondanza - siano ricondotte alla sobria modestia ed all'uniformità stilistica degli edifici rurali". Così iniziò, il 12 gennaio del 2012, la radicale "messa a norma" dell'abuso che la gente dei dintorni chiamava "Certosa di Pavia". Il complesso edilizio fu lottizzato e venduto al miglior offerente, sulla base della norma del "silenzio - assenso", dopo che erano trascorse 14 ore e 24 minuti senza che lo Stato esercitasse il diritto di prelazione. Alberto Arecchi L’autore, architetto, pur operando all'estero in progetti di auto-sviluppo, si è dedicato con passione alla conoscenza della storia e dei monumenti pavesi.

Qui di seguito riporto integralmente il mio precedente post.
La speculazione edilizia a Pavia nel XIV secolo

Quando ho iniziato a scrivere sul questo blog mi sono riproposto di cercare notizie storiche meno note rispetto a quelle che si trovano abitualmente sui libri di storia e geografia che descrivono la chiesa, il chiostro e le opere d'arte della Certosa di Pavia.

Una cosa è la descrizione dei luoghi, altra cosa è riflettere sugli aspetti, diciamo di "contorno" connessi a queste Grandi Opere del passato. E' interessante analizzare le vicende sociali ed economiche che hanno contribuito a costruire la nostra realtà, comprese le complesse e problematiche vicende che oggi dobbiamo risolvere quando dobbiamo affrontare il tema della "conservazione" del nostro inestimabile patrimonio storico-artistico.

Per questo è interessante la lettura dell'articolo, firmato da Giorgio Boatti, pubblicato sulla Provincia Pavese di domenica 28 novembre 2010.

La moderna "rivisitazione" storica della Battaglia di Pavia del 1525
(San Genesio - settembre 2008)
Quella pessima idea di Gian Galeazzo
Se la macchina del tempo potesse riportarci indietro di qualche secolo, bisognerebbe dirlo, a Gian Galeazzo Visconti - Conte di Virtù (da Vertus, città della Champagne, che gli viene portata in dote da Isabella di Valois), Duca di Milano, signore di Pavia e di qualche altra decina di città disseminate tra il Nord e il Centro della Penisola - che far erigere come sua ultima dimora la Certosa era una pessima idea.
D’accordo, Galeazzo pensava in grande e aveva la “malattia del mattone”. Come tutti i signori del Biscione - simbolo che allora era dei Visconti e tuttavia per strani paradossi ancora oggi pare destinato ad accompagnare chi da Milano non rinuncia a stendere i suoi possessi su ogni orizzonte - non badava a mezzi pur di rimarcare la propria supremazia sopra tutti. Gian Galeazzo prima di mettere mano alla Certosa, mobilitando il meglio degli artisti disponibili al tempo, aveva fatto della sua dimora pavese la più sfarzosa residenza principesca d’Europa. Con una biblioteca, andata poi dispersa, che aveva incantato uno come il Petrarca che, quanto a libri, qualcosa ne sapeva. Tutto questo aveva preso posto tra le mura del castello di Pavia, fatto costruire da suo padre in pochissimi anni, grazie a un’avveniristica tecnica costruttiva.  Quale? Quella per la quale, se i capomastri non rispettavano la tabella di marcia dei lavori, o non li eseguivano a regola d’arte, con i più stretti collaboratori finivano impiccati ad un cappio annodato ai ponteggi. Una soluzione che, se fosse ancora in vigore oggi, decorerebbe di illustri appesi la facciata del Broletto di Pavia, in perenne restauro da anni.  Oppure l’interminabile cantiere dell’ex-monastero di Santa Chiara, da una ventina d’anni prossima sede della biblioteca comunale di Pavia. O tante altre opere iniziate e mai finite. E infrastrutture penalizzate dall’assenza di assennata manutenzione.  Comunque, oltre ad alloggiare bene, Gian Galeazzo voleva anche che la propria anima fosse adeguatamente accudita. Da lì l’idea della Certosa e dei santi monaci che avrebbero dovuto pregare per lui, e per tutta la sua famiglia, in quel monumento che è diventato uno dei simboli significativi della stessa civiltà lombarda.  Una presenza d’arte e bellezza che richiama ancora oggi tantissimi visitatori (e la prima cosa seria, per provvedere a un realistico piano di rilancio turistico e culturale del territorio imperniato sulla Certosa, sarebbe verificare il loro numero. Smetterla di sparare dati a casaccio). Di certo i visitatori sono tanti. Vengono. Visitano. Vanno. E non lasciano nulla, o quasi nulla, al Comune di Certosa. Alla vicina Pavia. Al territorio circostante, vale a dire quel parco Visconteo che adesso pare solo un succedersi di tangenziali e insediamenti vari ma dove c’è ancora la cascina Repentita che fu il perno della battaglia di Pavia del 1525, quella in cui cadde prigioniero re Francesco I, consegnando la supremazia d’Europa alla Spagna per un bel po’ di anni.  Poco avanti c’è pure quel Castello dove, seguendo l’esempio vigevanese del “Progetto Leonardo”, non sarebbe impossibile, utilizzando la tecnologia digitale oggi disponibile, far rivivere la splendida biblioteca viscontea andata sparsa per tutte le corti d’Europa e che a sua tempo fece sognare Petrarca.  Certo, la Certosa è un simbolo oneroso. Lo dice l’assessore alla Cultura del Comune di Certosa e ha ragione. La Certosa - se la si subisce e non la si trasforma in una asset dinamicamente gestito, inserito in una più vasta concertazione di rilancio - è un peso che, aggiuge il sindaco, dà più oneri negativi che onori.  Forse sarebbe meglio smetterla con questi piagnistei e con le ripicche (anche rispetto all'assessorato provinciale al Turismo che, forse unica eccezione nell'immobilismo della giunta Poma, non rinuncia caparbiamente a fare quanto è possibile per rilanciare questo territorio).  Un tempo, quando a Pavia c’era una sede regionale ben radicata al territorio provinciale e sempre attiva nell'incentivare gioco di squadra per valorizzare opportunità, in questa situazione si sarebbe organizzato un “tavolo territoriale” proprio sui punti di forza e di debolezza rappresentati dalla Certosa. Si sarebbero chiamati a confronti enti locali, pubbliche amministrazioni, università e operatori privati e, perché no?, anche i santi monaci e magari la diocesi. Il tutto per delineare uno scenario di iniziative dove il monumento voluto da Gian Galeazzo e l’offerta turistica e culturale di Pavia, il vuoto di divulgazione attorno alla battaglia di Pavia e la necessità di far tornare la Certosa non solo una meta d’arte ma anche un pulsante centro spirituale, sarebbero punti irrinunciabili di partenza.  E’ troppo chiedere che - invece di procedere per polemiche e lamentazioni - si prenda questa strada? Di tempo se n’è perso parecchio. Per fortuna che Galeazzo riposa per sempre nel suo sacello. Altrimenti - vista la fallimentare tabella di marcia e le inadempienze di tutti - lungo la strada da Certosa a Pavia non mancherebbero penzolanti “testimonial” degli errori compiuti. Oscillanti nella bruma di un inverno che, per la Certosa e Pavia, non è mai riuscito a sbocciare in una convincente e generosa primavera.
Giorgio Boatti

giovedì 28 luglio 2011

da Pavia a Certosa sottoterra

Il cunicolo, sotterraneo segreto dal Castello Visconteo alla Certosa esiste davvero: lo afferma l’architetto Alberto Arecchi, che sostiene di aver rintracciato, in foto satellitari trovate su Earth Google, programma specializzato del motore di ricerca, la prova della possibile presenza del manufatto nella zona tra San Genesio, Borgarello e la Certosa. “Le Immagini dice l’architetto editore storico ricercatore rivelano una parte di tracciato sotterraneo che percorre esattamente quello che io ho indicato come il passaggio segreto dal Castello alla Certosa”. Sono anni che Arecchi, appassionato cultore di storia e indagatore del territorio, è sulle tracce del famoso cunicolo, che di tanto in tanto torna agli onori delle cronache. “Earth Google - spiega Arecchi - consente di vedere, in foto scattate dal satellite e con eccezionale ingrandimento, qualsiasi punto della terra. E’ possibile riconoscere persino le auto. Ho esaminato le immagini fornite dal sito e ho potuto accertare, nella zona tra San Genesio, Borgarello e la Certosa, la presenza di tracce, di macchie chiare e scure sotterranee, corrispondenti rispettivamente a zone asciutte e umide. In particolare, balza chiaramente all'attenzione dell’osservatore un tratto di tracciato sotterraneo, attualmente pieno d’acqua, della lunghezza di 300 400 metri, che si trova nella zona prossima all'insigne monumento”.
Arecchi fornisce la foto in questione, evidenziando la posizione del presunto manufatto con due righe parallele da lui tracciate a sud ovest della Certosa. “Ritengo – continua l’architetto – che possa trattarsi effettivamente di una parte del sottopassaggio segreto voluto dai Visconti nel quattordicesimo secolo. E questo innanzitutto a causa della posizione del manufatto, che coincide con il tracciato che doveva avere il cunicolo secondo i miei studi”
Oltre al presunto cunicolo e alle zone umide, la foto satellitare evidenzia, secondo Arecchi, “forme di tipo ellittico ancora presenti nei tracciati catastali: potrebbe trattarsi o di anse di antichi fiumi dall'asse di cinquecento metri o di preesistenze religiose antecedenti l’età romana. La mia esperienza nello studio di tali strutture risale a poco meno di quarant'anni fa: nel 1969 ebbi modo di effettuare rilevamenti del genere nella zona di Trino Vercellese”. 
Ma non è finita qui. Le foto satellitari della zona a nord di Pavia lasciano emergere, secondo l’architetto, “tracce delle linee delle fortificazioni, risalenti probabilmente al 1655, l’anno dell’assedio francese a Pavia presidiata dagli spagnoli.
La ripresa dell’interesse per la vicenda 40 anni dopo il misterioso blitz nella cascina
“Galeotto” fu il Tesoro dell’Antipapa.
Quanto vado scoprendo dimostra che occorre riprendere le ricerche e gli studi sul cunicolo segreto a nord di Pavia”.
a cura di Alberto Arecchi dal sito www.liutprand.it

martedì 14 giugno 2011

Centocinquanta

Il 17 febbraio del 2009 ho iniziato a scrivere su questo blog. Volevo solo mettere nero su bianco i miei pensieri. Ogni tanto mi capita di rileggere qualcosa. E, come in un diario, c'è un filo conduttore. 

Sono i piccoli passi, tanti piccoli passi, che, uno dopo l'altro, fanno belle le cose.

Come nei versi del poeta Kavafis, citati dal mio amico Roberto Dadda, è che non si deve voler affrettare il viaggio, perchè se sarà lento e pieno di insidie sarà fertile in avventure e in esperienze.

Molti si dimenticano (o peggio, molti non lo sanno) che la bellezza nella meta è dentro nelle difficoltà del cammino che percorriamo. Solo così si riesce a vivere una realtà che vale la pena di essere vissuta ancor prima che ricordata. Ho avuto la fortuna di incontrare, nel mio breve cammino della vita, tante persone che hanno arricchito di bellezza questo mio "viaggio".

Molte persone hanno questi "valori". Tra i tanti penso all'amico Giovanni Giovannetti e i suoi compagni di viaggio, in cammino a piedi da Milano a Napoli, per (ri)scoprire, ricucire ed amare una realtà che quest'anno festeggia i 150 anni di difficile, ma non impossibile, unità sotto un'unica bandiera: l'Italia.

illustrano e raccontano, giorno dopo giorno, il viaggio.

Qui di seguito altri importanti spunti di riflessione (da movimentolento)

Camminare, un gesto trasgressivo

Chi viaggia a piedi di città in città, ad esempio lungo la Via Francigena e il Cammino di Santiago, si riappropria di spazi dai quali l’uomo moderno si è ritirato da alcune decine di anni.
Oggi, in Italia, una persona che cammina sul bordo di una strada provinciale con uno zaino sulle spalle viene spesso guardata come se passeggiasse in costume da bagno nel centro di Milano.
Il senso comune ammette la presenza di donne e uomini seminudi lungo una spiaggia o in una piscina, così come ammette la presenza di camminatori vestiti da trekking lungo un sentiero di montagna o al limite in un parco. E chi esce dai confini stabiliti dalla cultura dominante compie un gesto trasgressivo, con il fascino e i rischi che ciò comporta.
Anche se il pedone secondo la legge è il primo utente della strada (nel senso che è il primo ad essere citato nell’articolo 1 del Codice della Strada), e anche se il transito pedonale è ammesso lungo la stragrande maggioranza delle strade italiane, il cartello che indica la fine di un centro urbano rappresenta per chi cammina una moderna versione delle colonne d’Ercole. Chi lo supera si espone a un rischio, poiché oltre quel segnale nessuno prevede la sua presenza.
Innanzitutto chi ha progettato la strada ha lavorato per far viaggiare veloci e sicuri i veicoli a motore, non certo per proteggere gli incauti pedoni. In secondo luogo gli automobilisti non hanno la percezione della loro velocità e della pericolosità della tonnellata di metallo che guidano. Infine il pedone stesso si crede più visibile di quanto in realtà sia, e tende a sopravvalutare la buona educazione e le capacità di guida degli automobilisti. 
Questi ultimi in genere lo vedono come un ostacolo che rallenta la loro marcia, un intruso nel loro territorio. Un territorio dal quale “l’uomo bianco” si è ritirato da alcuni decenni, lasciandolo in balia della modernità. Un territorio in cui in tempi recenti si avventurano quasi esclusivamente i migranti africani ed asiatici.
Nel loro Paese sono ancora abituati a viaggiare a piedi, e le loro strade, anche se importanti e trafficate, prevedono quasi sempre un’ampia banchina con un sentiero su cui possono camminare in sicurezza uomini ed animali. Quindi se decidono di camminare non è solo perché non hanno la possibilità economica di usare altri mezzi, ma perché la loro cultura non considera disdicevole né bizzarro percorrere qualche chilometro a piedi per raggiungere un villaggio vicino. 
Il presidio del territorio
In questo senso hanno molto da insegnarci: ritirandoci dalle “terre di mezzo”, abbiamo rinunciato a presidiare un territorio prezioso, che è stato utilizzato in modo sregolato e disordinato da chi ha speculato sulla nostra assenza.
Chiusi in scatole  lanciate a cento chilometri all’ora, vediamo le nostre periferie come un male necessario, da superare in tempi rapidi. Non ci soffermiamo sulla bruttura delle zone artigianali, invase dai capannoni prefabbricati e dai centri commerciali che costeggiano per chilometri qualunque via di comunicazione, consumando ettari di territorio e deturpando definitivamente il paesaggio. Chiusi nell’utero ovattato della nostra auto, veniamo isolati dal mondo esterno da cristalli che filtrano tutto: luce, freddo, caldo, rumori, profumi, puzze.
Vediamo una nuova circonvallazione e ne apprezziamo la scorrevolezza, senza renderci conto che magari per costruirla è stata deturpata una zona di pregio paesaggistico, e che comunque il territorio è stato tagliato da una barriera spesso insormontabile per chi cammina, poiché difficilmente viene previsto un passaggio pedonale. 
Chiusi nelle nostre auto non notiamo le discariche abusive che nascono come i funghi sui bordi delle strade asfaltate o in mezzo alle strade campestri, pavimentate per centinaia di metri con le macerie depositate da muratori irresponsabili.
Chiusi nelle nostre auto, ci ritiriamo da un territorio che non percepiamo più come bene comune. Il dogma della proprietà privata ci ha fatto dimenticare l’importanza di beni fondamentali per la collettività; l’atrofia del nostro sguardo ci impedisce di comprendere che uno scempio estetico compiuto da un privato ignorante o in malafede sul proprio terreno può avere conseguenze devastanti sul paesaggio, che oltre ad essere un bene collettivo è una delle principali risorse economiche del nostro Paese.

sabato 4 giugno 2011

Quando si parla di mobilità (2)

Non è la prima volta che mi capita di scrivere di mobilità sostenibile.

Qui su queste pagine - in diverse occasioni - l'ho già fatto.

Ho ricordato quello che rappresentò il collegamento ferroviario del "Gamba de Legn" tra Pavia e Milano.

Mi sono illuso, come tanti miei altri colleghi pendolari, quando fu fatta una proposta per un nuovo ed innovativo collegamento interrurbano, ma fu subito prontamente smentita.

Spero di non ricadere nella delusione di non vedere realizzate le ennesime promesse fatte per nuovi collegamenti ferroviari interurbani tra Pavia e Milano.

Accantonando questi aspetti spiacevoli, mi fa piacere constatare che c'è ancora chi crede ancora al promesso bike-sharing nel Parco Visconteo e che si impegna a farlo facendo piccoli grandi passi uno dietro l'altro. La "rete" di piste ciclabili a Certosa di Pavia" sta crescendo e si sta sviluppando.

la ciclabile di Via Montale a Certosa di Pavia
L'unica cosa che posso fare adesso è sottolineare le piacevolezze che sono riservate a chi va in bicicletta sperando di incontrare sempre più persone con cui condividere il cammino.