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lunedì 14 febbraio 2022

La morte, la vita - Blu Celeste (Blanco)

Un brano che in tanti hanno definito intenso e inaspettato. Forse perché parlare di morte, lutto e sofferenza non è mai immediatamente associabile alla spensieratezza che ci si può aspettare da un rapper di appena 18 anni.

Niente di più sbagliato perché gli anni che Blanco sta vivendo sono gli anni della sensibilità estrema. La cosa difficile da fare è trasformare questi sentimenti in qualcosa di concreto come una canzone. Ed è proprio qui che sgorga il talento, quando c’è. Pochissimi giorni dopo il 10 settembre 2021 - pubblicazione del brano - l'album che lo contiene è in cima alla classifiche di Spotify.

Con le sue parole in rima dice di avere 16 anni, per cui è probabile che abbia scritto questi versi almeno un anno prima di lanciare il disco. Blanco, cresciuto ascoltando Dalla, Battisti e Pino Daniele, in “Blu Celeste” nel testo elabora un lutto. Non si sa chi sia la persona morta. Forse Celeste, come il nome tatuato anche sul ventre di Riccardo - evidente nel videoclip - come sembra accennare nel brano. Forse no. Parla di un fratello, qualcuno più grande.

Ma non è importante capire chi sia il soggetto a cui sono rivolte queste rime. Quello che colpisce forte è che i versi cantati sono l'evidente frutto di un lungo e sofferto percorso interiore. Sono la sofferenza dell’artista nell'accettare la morte, farsene carico e raccontarla. E sono anche lo strumento per sconfiggere l’agonia di portare un peso rimasto dentro per molto tempo e mai sfogato.

Ma ora, finalmente, esce allo scoperto con tutta la sua struggente forza e intensità.

TESTO

Quando il cielo si fa blu Penso solo a te Chissà come stai la su Ogni notte È blu celeste, è blu celeste è blu celeste il cielo è blu come il tuo nome blu come l’inchiostro di sta penna che scrive parole senza pensarle e io non posso starne senza ho la ragione che rallenta ogni mio senso di colpa e non c’è un mostro che la tolga da me e mi metterò al riparo mentre imparo ad accettarlo che se il tempo lo ha già fatto ora sei un mio ricordo un mio ricordo immaginario del fratello che vorrei nato nel mese di acquario sarei il pesce e tu lo squalo siamo grandi per sognare tu saresti maggiorenne io ormai sono un sedicenne vado per i diciassette festeggerò da solo un altro compleanno di merda Quando il cielo si fa blu Penso solo a te Chissà come stai la su Ogni notte È blu celeste è blu celeste è blu celeste Quando il cielo si fa blu Penso solo a te Chissà come stai la su Ogni notte È blu celeste è blu celeste è blu celeste Avevo un peso dentro un peso da levare ci ho messo un pezzo a raccontarti sotto le luci di questa camera tutto un disastro, doveva essere tutto perfetto tipo, luci spente vorrei scriverti al buio tipo, nhanhanha luglio tipo, scriverti senza volerlo tipo, nhanhanha bisbiglio tipo, nhanhanha buio al buio Quando il cielo si fa blu Penso solo a te Chissà come stai la su Ogni notte È blu celeste è blu celeste è blu celeste Quando il cielo si fa blu Penso solo a te Chissà come stai la su Ogni notte È blu celeste è blu celeste è blu celeste Music video by BLANCO performing Blu Celeste. An Island Records release; © 2021 Universal Music Italia Srl

giovedì 9 luglio 2020

El invisible - José Luis Blanco Vega

La Compagnia di Gesù venne fondata in Spagna ai tempi della Riforma cattolica. Il buon cattolico spagnolo doveva evitare due temi – quello erotico e quello eretico – che hanno grandi vincoli artistici. La nascente Compagnia visse pertanto in un’atmosfera di diffidenza verso la poesia, che in particolare col generalato di Claudio Acquaviva, si trasformò in proibizione.
Dopo la restaurazione della Compagnia di Gesù del 1820 e per tutto il XIX secolo non è possibile trovare gesuiti poeti spagnoli di rilievo.
Nel XX secolo di particolare valore è la figura di José Luis Blanco Vega (1928-2005), gesuita asturiano, che ha unito la docenza di Letteratura spagnola alla vocazione poetica.
Persona molto riservata e umile, José Luis solo alla fine della sua vita ha permesso che le sue composizioni venissero pubblicate.
Il poemetto è tratto dalla raccolta "…Y tengo amor a lo visible". Il testo è la rievocazione dell’Esodo in termini che accendono i sensi dell’immaginazione e rendono palpabile l’evento e viva la presenza del Dio invisibile, che «del deserto fa pane e della luce una bevanda pura». La traduzione italiana è di Giuseppe Romano.


***
L'invisibile 
Loro avevano visto da vicino
gli dei di terribile bellezza,
capaci di sciogliere la terra,
di promuoverne i visceri
a vino e pane, ai legumi lieti
che poi si spartivano nelle cucine d’Egitto.
Oh, come scordare che quegli dei dimorano
nei luoghi fecondi, nel limo dei fiumi,
nell’erba intrisa, nel ventre dei campi,
e vegliano attenti le sponde dell’acqua
che giunga fino al sonno del grano
e corrono alacri e fertili
tra i greggi di pecore e capre,
di tori e di vacche copulanti al sole
come se unissero i poli della terra?
Ma a loro imposero la fuga notturna
dalle porte marchiate con fregi di sangue,
mentre l’angelo del Signore appariva nei coltelli
dell’ultima cena dei primogeniti.
Quando giunse l’alba
e videro che luogo attraversavano,
la sabbia dove la luna aveva dormito
cocente a mezzogiorno,
allora Israele gridò e si ricordò degli dei
dotati di faccia, o testa di cane
o seni numerosi, corna taurine
(così si poteva riconoscerli)
e si misero a reclamare un dio a portata d’occhio
in modo da eventualmente colpirlo
o montargli sulle spalle
o perquisirlo per rubargli un raccolto.
Mosè aveva detto loro: il nostro dio non beve,
non spezza il pane, non gradisce il grasso del bue
che stilla sulle braci,
perché è invisibile,
del deserto fa pane
e della luce una bevanda pura.
E il popolo fece stridere i denti,
si tappò le orecchie.
Fu allora che consegnarono al fuoco i bracciali,
i piccoli anelli, le collane di pepite d’oro;
tutto a bruciare nella storta rovente
per forgiare il toro, l’animale sicuro,
e il popolo ballò festoso
intorno a un dio riconoscibile.
Credettero che i suoi occhi dorati
scrutassero i confini del deserto,
che le sue gambe li avrebbero aiutati a varcarlo
e che il suo sesso avrebbe impregnato la sabbia
finché scoppiasse in pani e grappoli.
Al mattino Mosè tornò dal monte
e l’accampamento dormiva sotto l’idolo.
Si destavano ebbri,
si guardavano storditi dal vino
e puntavano le dita verso il toro
solitario nel centro del bivacco.
Non si erano mossi di un millimetro.
Non era cambiato niente. Sfrigolava la sabbia rossa,
nessun prodigio moltiplicò la farina degli orci,
l’olio non si effuse come un silenzio gentile,
né l’acqua si accostò alle tende
a chiamarli per nome.
Fu allora che Mosè gridò, alzò il braccio
verso la luce che cresceva implacabile,
la luce pronta a divorare il popolo
con inclemenza folgorante.
Ah, tornava il dio invisibile, l’assenza fragorosa
a stendere il deserto come un mantello,
e a uno a uno sarebbero caduti, finché la sabbia
fosse coperta di ossami biancheggianti.
Soltanto alcuni raggiunsero la fine del deserto,
piantarono limoneti, aranceti,
ebbero figli e figlie
e dissero loro:
— Rendiamo grazie
a colui che non ha volto,
a colui che non ha mani,
a colui che non ha piedi,
a colui che la pioggia non bagna
e che il fuoco non brucia…
(Era una lista lunga,
fino a svestire Dio di tutto l’uomo)
E i bambini sbucciavano le arance,
bevevano acqua e limone, mangiavano
pane di frumento
e dicevano: Amen.
Qualcuno degli anziani, a un tratto, pensieroso
ricordava un tempo
in cui molti morivano chiedendo
del volto di Dio.
***

lunedì 26 giugno 2017

Quercia spezzata (H. Hesse 1928)

Come ti hanno, albero, spezzato,
come stai dritto nella tua stranianza!
Mille volte hai sopportato
finché furono in te tenacia e volontà!
Io ti somiglio, con le mie ferite,
non ho tradito la vita offesa
e ogni giorno dalle asprezze subite
alzo ancora la fronte nella luce.
Quanto c’era in me di dolce e delicato
il mondo l’ha ferito a morte,
ma la mia natura è indistruttibile,
sono appagato, soddisfatto,
paziente metto nuove foglie
sul ramo spezzato mille volte,
e a dispetto del dolore resto
innamorato in questo pazzo mondo.

sabato 3 agosto 2013

Cicogne a Certosa di Pavia

Nelle campagne di Certosa in questi ultimi giorni sembra che si siano stabilite almeno 8 cicogne. Passeggiando sulle rive delle risaie dove si recano a mangiare ho anche osservato la presenza di tante libellule. La presenza di tutti questi animali e, in modo particolare, di insetti come le libellule raffigurano un rilevatore biologico importante che denotano una discreta qualità dell'ambiente.

Il progetto Cicogna Bianca ha funzionato. Il lavoro di trentanni incomincia a produrre i suoi frutti.
Certosa si trova geograficamente all'interno di un ideale triangolo dove l'ex Centro Cicogne di Cascina Venara a Zerbolò (PV) si congiunge alle Stazioni di Ambientamento della Cicogna bianca di Zibido San Giacomo (MI) e di Castiglione d’Adda (LO), che ne sono i vertici. In questi luoghi da decenni la L.I.P.U. prima e Legambiente poi si sono impegnate per la protezione e la graduale reintroduzione della cicogna bianca. Assistere allo spettacolo di 8 cicogne che banchettano in una risaia dietro casa mia non ha prezzo, tutto il resto è solo stupidità umana di chi vede in un terreno agricolo coltivato solo una possibile speculazione.

P.S. Mentre sto scrivendo questo post mia moglie ha aperto la finestra del soggiorno ed ha scoperto che una libellula stava cercando di entrare in casa nostra... che bella sorpresa!!!

La volpe e la cicogna
La volpe e la cicogna erano buone amiche.
Un tempo si vedevano spesso, e un giorno la volpe invitò a pranzo la cicogna; per farle uno scherzo, le servì della minestra in una scodella poco profonda: la volpe leccava facilmente, ma la cicogna riusciva soltanto a bagnare la punta del lungo becco e dopo pranzo era più affamata di prima.
- Mi dispiace – disse la volpe – La minestra non è di tuo gradimento?
- Oh, non ti preoccupare: spero anzi che vorrai restituirmi la visita e che verrai presto a pranzo da me – rispose la cicogna.
Così fu stabilito il giorno in cui la volpe sarebbe andata a trovare la cicogna.
Sedettero a tavola, mai i cibi erano preparati in vasi dal collo lungo e stretto nei quali la volpe non riusciva ad infilare il muso: tutto ciò che poté fare fu leccare l’esterno del vaso, mentre la cicogna tuffava il becco nel brodo e ne tirava fuori saporitissime rane.
- Non ti piace, cara, ciò che ho preparato?
Fu così che la volpe burlona fu a sua volta presa in giro dalla cicogna.






mercoledì 23 gennaio 2013

27 gennaio, la Memoria dimenticata

Il 27 gennaio, data dell'abbattimento dei cancelli di Auschwitz, è il "Giorno della Memoria".

La Repubblica Italiana vuole così ricordare le leggi razziali fasciste e la persecuzione italiana che ha procurato la deportazione, la prigionia e la morte di tantissime persone innocenti.
Prima di tutto vennero a prendere gli zingari
e fui contento, perché rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei
e stetti zitto, perché mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali,
e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti,
e io non dissi niente, perché non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me,
e non c’era rimasto nessuno a protestare.
Questa poesia di Brecht, secca, pungente, aspra è la trascrizione di quello che disse un intellettuale antifascista: Martin Niemöller, pastore protestante tedesco, a cui è attribuita la paternità di queste frasi.

In quello che scrisse Brecht molto efficace è la visione totale delle persecuzioni perpetrate dal nazismo: inizia con un passaggio sui rom, prosegue con gli ebrei, gli omosessuali e conclude con i comunisti.

Non scordiamoci di uno sterminio forse meno conosciuto: il Porrajmos, quello di Rom e Sinti.

mercoledì 14 dicembre 2011

Una poesia sulle donne in Certosa

Nonostante la Certosa di Pavia sia un santuario dedicato alla Beata Vergine Maria Madre delle Grazie, i monaci hanno sempre vietato l'ingresso alle donne.

Non é una discriminazione di natura sessuale, poiché neppure gli uomini, salvo rare eccezioni, possono entrare indiscriminatamente nella clausura. Nei quasi mille anni di storia degli ordini monacali, sono state mantenute pressoché intatte tutte le regole certosine, così come quelle dei monaci benedettini.

Per capire la spiritualità e lo stile di vita monacale sono fondamentali gli scritti di uno dei primi monaci certosini, Guigo II. Scrisse le Meditazioni - sotto forma di lectio divina, un Commento al Magnificat e la Lettera sulla vita contemplativa, la Scala Claustralium o Scala Paradisi.

Questo testo è dedicato all'amico Gervaso, cui un tempo Guigo fu unito ma dal quale fu costretto a vivere separato.


Nei secoli, molte regine hanno espresso il desiderio di fare visita ai monasteri di cui erano benefattrici e con cui buoni avevano rapporti. Nei "Costumi di Guigo" era indicato il divieto di ingresso alle donne che consentiva l’assoluto isolamento dei monaci e favorirne la meditazione. Negli annali dell’Ordine troviamo un paio di episodi di visite femminili ai monasteri, che avvennero nel XV secolo, quando i priori di due certose consentirono l’ingresso ad una fondatrice e alla regina Isabella di Baviera. Per questi "strappi" alla Regola i rispettivi priori furono puniti dal Capitolo Generale con estrema severità, costretti ad una astinenza obbligatoria di svariati giorni, rischiando anche di essere deposti dall'incarico. Dopo questi fatti, fu sancita una "eccezione" alla Regola, che riguardante però solo le regine regnanti. Per le altre donne furono costruite cappelle apposite fuori la clausura per consentirne la sosta in attesa dei nobili e benefattori maschi, a cui era concesso di entrare.

Questa disposizione fu confermata nei secoli da varie Bolle papali.



La poesia e la leggenda. La realtà viene amplificata e, arricchita dalla fantasia popolare, spesso diventa come una favola. Si trasformano episodi reali e, celebrando i personaggi importanti per la storia di un popolo o di un luogo, si cerca di spiegare una caratteristica dell'ambiente naturale o dare risposta a dei perché.

Con il trascorrere del tempo la leggenda si trasforma in modo sempre più fantasioso.

Anche la Certosa di Pavia non è da meno ed ha le sue leggende.

Una di questa narra come Gian Galeazzo Visconti - il Conte di Virtù - nel fondare la Certosa, abbia deciso di vietarne l’accesso alle donne. C'è una recente poesia, dal titolo “Farò sü una Certosa…”  che descrive questo episodio di fantasia. Narra di come possa essere nata la sua avversione verso le donne dentro la Certosa. Fa anche riferimento ad un altro aneddoto: la visita di Elena di Savoia alla Certosa avvenuta nei primi anni del 1900. Qui si narra che la Sovrana abbia decretato che da allora in poi la Certosa fosse aperta ai visitatori di ambo i sessi.

Propongo la poesia sia in dialetto che in italiano

Farò sü una Certusa…

Galeàs una matina l’er a càcia in dal sò busch
quand che in mes ala maltina ‘l s’e truà trà ‘l brüsch e ‘l lusch.
Un cagnàs cuntra un quèi còs al baieva sfularmà:
forsi s’er levà la quàia o la legura intanà.
Sensa tèma, par guardà, al và ved renta i büscon
ma ‘l finisa in d’una mèlma masarà fin ai calson.
Pòrca cica, l’ha pensà, va che lòbia ch’ ò ciapà!
E tentand da tiràs föra la ris-cià da sprufundà.

“Dès da chi, chi l’e ca’m leva sa ghe in gir nan un masèr?”
Sla vedeva tanta brüta cl’à di sü fin’un patèr.
E gni föra da Guinsan, una squadra da mundin
chi cantevan: “Viscunt crèpa sèt un bòia, ‘n àsasin”
Quand an vist la màl paràda d’un lifròch inmaltanà,
gan fài sü ‘na sghignasàda che mai pü ‘s ripetarà.
“Tirem föra, parpaquàn, che sl’e vera ch’ som chi som,
chi ‘d par tüt, e anch’ in guèra, rèsti sempar mi ‘l padron”.

Pòri dòn! Tüt’a stramì, cun un ràm s’en dài da büt:
tir’e mòla, dasi dasi, l’an cundüt fin in sal süt.
Quand l’e stài sicür dla vita, i à cacià föra di bàl
restend lì sul, cul sò can, ca’l s’e mis adre a lecàl.
L’à spüdà ‘n tremend rusàri par vendèta sempitèrna
e quand l’à pudü levàs, l’à giurà: “Rechiemetèrna!
Chi, indè ch’ò fài la möja, farò sü ‘na gran Certusa
e mài dentar ga ‘ndarà ne una fiöla ne ‘na spusa”.

Lü l’e mòrt me tüti i àltar, ma süi sàcar paviment
i tàchèt d’una fantesca s’er nàmò pudü dà sent
fin che Elena Regina l’à decis da andà indi frà
par fàgh gràsia e fàgh unur cun un’opera ad pietà.
Sa pudeva digh ad nò? Par l’amur dal bon Gesü,
la Certusa l’e ‘na cesa o la gà un quèi còs ad pü?
“Venga vostra Maestade, benvenuta tra di noi,
anche noi vestì da frate siamo tutti figli suoi!”

La Reale pelegrina, la usèrva dapartüt,
ògni pàs ghe un munüment e la rèsta cul fià müt.
Caminand cul nas in sü, la spatàsa i sàcar prei
e la vör fermàs davanti a sti grandi màravei.
Ma in snugion e penitent, dadre ‘d le ga vegna ‘n frà,
ca’l gà in man un fögh brüsient, par brusàgh i sò pednà.
“Cosa fate?” La dumanda. “Per la regola si fa,
mai di femmina qui dentro un’impronta resterà”.

La vicenda ormài l’e ciàra. La regina l’à di ‘nsì
che dre ‘Le, d’ur’ in avanti, anch’ i dòn pudaran gni.
Gher in tòrt Gian Galeàs quand ca ieva sluntanà
parchè, inveci ‘d maledii, i a dueva ringrasià.
Gher da fàgh una belèsa ricamà dumà par lur,
parchè sensa, al Galeàs, l’avaris ben cüntà i ur!
Dès indè ch’èt fài la möja ghe ‘na gran bèla Certusa
cun ti dentar, dopu mòrt, ben arenta ‘la tò spusa”

Sciur Giuön, Giùgn 2005


Farò sü una Certusa…

Galeazzo un mattino era caccia nel suo bosco
quando in mezzo alla fanghiglia si è trovato tra il brusco e il losco.
Un cagnaccio contro qualcosa abbaiava imbestialito:
forse s’era levata la quaglia o s’era intanata la lepre.
Senza timore, per guardare, va a vedere vicino ai cespugli
ma finisce in un pantano macerato fino ai calzoni.
Accidenti, ha pensato, guarda che rogna mi sono presa!
e tentando di tirarsi fuori ha rischiato di sprofondare

“Adesso da qui, chi mi toglie se non c’è in giro neanche un massaro?”
Se la vedeva così brutta che ha recitato perfino una preghiera.
È uscita da Guinzano una squadra di mondine
che cantavano: “ Visconte crepa sei un boia, un assassino”.
Quando hanno visto la mal parata di un buontempone impantanato,
ci han fatto sopra una sghignazzata che mai si ripeterà.
“Tiratemi fuori, parpaquane, che se è vero che sono quel che sono,
qui dappertutto, e anche in guerra, resto sempre io il padrone”.

Povere donne! Tutte spaventate, con un ramo si sono date da fare:
tira e molla, adagio adagio, l’han condotto sull’asciutto.
quando è stato sicuro della vita le ha cacciate fuori dalle palle
restando lì solo col suo cane che si è messo a leccarlo.
Ha sputato un tremendo rosario per vendetta sempiterna
e quando ha potuto alzarsi, ha giurato: “ Requiemeterna!
Qui nel punto dove son finito a mollo costruirò una Certosa
e mai dentro v’entrerà ne ragazza ne sposa”.

Lui è morto come tutti gli altri, ma sui sacri pavimenti
i tacchetti d’una fantesca non si son potuti sentire
finché Elena Regina ha deciso di andare dai frati
per fargli grazia e fargli onore con un’opera di pietà.
Si poteva dirle di no? Per l’amor del buon Gesù
la Certosa è una chiesa o ha qualche cosa in più?
“Venga vostra Maestade, benvenuta tra di noi,
anche noi vestiti da frate, siamo tutti figli suoi”.

La Reale pellegrina, osserva dappertutto,
ogni passo c’è un monumento e rimane col fiato interrotto.
Camminando col naso in su, calpesta le sacre pietre
e vuole fermarsi davanti alle grandi meraviglie.
Ma inginocchiato e penitente, dietro a lei viene un frate
che ha in mano un fuoco ardente, per bruciare le sue pedate.
“Cosa fate?” Lei domanda. “Per la regola si fa
mai di femmina qui dentro, un’impronta resterà”.

La vicenda ormai è chiara, la Regina ha detto così
che dietro a Lei, d’ora in avanti, anche le donne potranno venire.
Era in torto Gian Galeazzo quando le aveva allontanate
perché, invece di maledirle, le doveva ringraziare.
C’era da fare una bellezza ricamata solo per loro
perché senza, Galeazzo, avrebbe potuto contare le ore!
Adesso, dove ti sei bagnato, c’è una gran bella Certosa
con Te dentro, dopo morto, ben vicino alla tua sposa”.

Giovanni Segagni - Giugno 2005

mercoledì 2 febbraio 2011

Giornata del Gatto, anche di quello viziato

Giovedì 17 Febbraio si festeggia la Giornata del Gatto e voglio dedicare a tutti in nostri amici felini questa poesia di Agostino Faravelli, poeta pavese, che ho trascritto dal suo blog.

Lui l'ha dedicata ad Arturo, il suo gatto viziato.

Amo i gatti e voglio dedicarla ad uno in particolare che adesso non c'è più...


La poesia e' in dialetto pavese, ma anche chi non lo parla riesce senz'altro a capirla.

Am ciami Arturo, sum un gàt,
sum bianch e ner, sum un mas-cètt,
go no bišogn da ciapà i ràt,
mi sum al gat d'un architètt.

Lü 'l vuraris ca staghi in cà
par tüt al dì in s'una pultròna,
a blamblanà da chi e da là,
pö fagh i füs a la padròna,
'nda föra sul par fa i bišogn...
pö turnà svèlt in sal sofà.

Sum no d'acord, nanca par sogn!!
Mi vöri viv in libertà.

Vo föra dal dì, anca la not,
vo in gir pri ort e pri giardin,
litighi cui gat, ciapi anca i bot,
vo a fa i cuncèrt, cercà i gatîn...
e 's vèda i sègn che 'm do da fa:
da quand sun mi 'n dal mè quartiér
tüti la pödan custatà
ch' en aumentà i gat bianch e nér.

Agostino Faravelli

domenica 5 settembre 2010

Le zanzare

Ho trovato nuovi amici sul web. Sono persone che sono molto vicine a me, non solo in senso geografico.
In particolare due di loro hanno un loro blog che usano per comunicare, con le loro capacita' narrative e poetiche, le loro esperienze.

E di esperienza ne hanno molta, avendo entrambi superato ampiamente i settantanni.
Onore al merito hanno avuto la capacita' di confrontarsi con un mezzo che potrebbe essere considerato appannaggio solo dei giovani.
Chi e' giovane "dentro" non si lascia intimorire da nulla.
I miei nuovi amici blog che vi invito a leggere uno e' dinosecondobarili - ricerche storiche locali (Pavia e Provincia) di Dino Barili e l'altro e' storia pavese - la pavia che fù di Agostino Faravelli
Visitate i loro blog e commentatene i post perché i loro racconti, i loro eneddoti e le loro riflessioni meritano di essere anche meditati (cosa che capita ormai molto raramente, specialmente sul web).

Dalle pagine pubblicate da Agostino Faravelli trascrivo infine una poesia che, anche se la stagione delle zanzare si può dire conclusa, dedico a tutti coloro che sanno apprezzare la poesia dialettale.
Se non sapete il dialetto pavese potete leggere la traduzione ed il sagace commento che lo stesso Agostino Faravelli ne ha fatto.

La šanšàra
Mi sum un vér amiš di animal,
i can, i gat, lüšèrt, farfal...
am senti in duér da rispétaj,
e da iütai quand finisan in di guaj.
Ma però dévi div in cunfidénsa
che am cumporti cun incongrüénsa:
prövi un piašè, una gioia rara
quand spatasi in sal mür una šanšara.
L'è püsè fort che mi, al fò no da scuš,
sentim a spong la pèl végni nervuš:
so no si gh'en da fa chi bésti lì:
j'han mis al mond dumà par fam patì.
L'altra séra séri dré 'nda in lèt
zzzzzz, am sénti in sal naš bat i alèt:
'è sicur una bestiasa da quai lì
ch'l'ha decis da lasam no durmì.
Un sgiafòn in sal müš am sum picà
e la šanšara sübit l'ho inciudà.
Am so cavà 'n gran sudisfasiòn
anca sa m'è brüšà la facia pr'l sgiafòn.
Insì ho pudü andà tranquil in lèt
e am so indurméntà mé un angiulèt.
Zzzzz," Spavéntat no, sum no 'na béstia véra,
sum, in sogn, quala ca t'è masà jarséra.
Vurivi fat capì: a masàm tè esagérà
anca parchè t'avivi nammò sgagnà,
in fond dal tò sangh na vurivi ammà un gutìn
ca 'l ma serviva par fa nas i mè fiulìn,
mi capisi cat vörat dam la càcia...
ma che güst at prövat a dat di sgiaf in fàcia?"
Pori béstiö, gan nanca tüt i tort,
(l'è facil dagh ragion dopu ch'jén mort)
cercarò da sta chièt, da vègh püsè pasiénsa
fa finta ad gnént, purtà la peniténsa.
Am so svéglià, ho sentì spongiam al naš...
L'er no una šanšara, l'era un papataš.
 

La zanzara
Io sono un vero amico degli animali,
i cani, i gatti, lucertole, farfalle...
mi sento in dovere di rispettarli
e di aiutarli quando finiscono nei guai.
Ma però devo dirvi in confidenza
che mi comporto con incongruenza:
provo un piacere, una gioia rara
quando schiaccio sul muro una zanzara.
E' più forte di me, non lo nascondo,
sentirmi pungere la pelle divento nervoso:
non so perché esistano questi insetti:
li han messi al mondo solo per farmi soffrire.
L'altra sera stavo andando a letto,
zzzzzz, mi sento battere sul naso le alette:
è sicuramente una di quelle bestiace
che ha deciso di non lasciarmi dormire.
Mi sono picchiato uno schiaffo sul viso
e ho subito ammazzato la zanzara.
Mi sono tolto una bella soddisfazione
anche se il viso mi bruciava per lo schiaffone.
Così ho potuto andare tranquillo a letto
e mi sono addormentato come un angioletto.
Zzzzz, "non spaventarti, non sono insetto vero,
sono, in sogno, quello che hai ucciso ieri sera.
Volevo farti capire che non dovevi uccidermi,
anche perché io non ti avevo ancora punto,
del tuo sangue ne volevo solo un goccino
che mi serviva per far nascere i miei piccoli,
io capisco che mi vuoi dar la caccia...
ma che gusto ci trovi a darti schiaffi in faccia?
Povere bestiole, non hanno tutti i torti,
(è facile dar loro ragione dopo che son morte)
cercherò di stare calmo, di avere più pazienza,
far finta di niente, portare la penitenza.
Mi sono svegliato, mi pungeva il naso...
Non era una zanzara, era un pappatacio.
(Agostino Faravelli)


a me piace molto anche il suo commento:
Mi redo conto che ci sono in giro persone molto più fastidiose delle zanzare, ma spesso non è possibile togliersele di torno con uno schiaffone!! Peccato!

martedì 27 ottobre 2009

Itaca

(Costantino Kavafis)
Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga,
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere,
non sarà questo il genere di incontri
se il pensiero resta alto e un sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo,
ne' nell'irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se l'anima non te li mette contro.
Devi augurarti che la strada sia lunga.
Che i mattini d'estate siano tanti
quando nei porti - finalmente e con che gioia -
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre
tutta merce fina, anche profumi
penetranti d'ogni sorta; più profumi inebrianti che puoi,
va in molte città egizie
impara una quantità di cose dai dotti.
Sempre devi avere in mente Itaca -
raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull'isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
sulla strada: che cos'altro ti aspetti?
E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.

Claude Monet
La Gare Saint-Lazare

In ogni cosa ho voglia di arrivare

(Boris Pasternak)
In ogni cosa ho voglia di arrivare
sino alla sostanza.
Nel lavoro, cercando la mia strada,
nel tumulto del cuore.
Sino all’essenza dei giorni passati,
sino alla loro ragione,
sino ai motivi, sino alle radici,
sino al midollo.
Eternamente aggrappandomi al filo
dei destini, degli avvenimenti,
sentire, amare, vivere, pensare,
effettuare scoperte.
Oh, se mi fosse dato, se potessi
almeno in parte,
mi piacerebbe scrivere otto versi
sulle proprietà della passione.
Sulle trasgressioni, sui peccati,
sulle fughe, sugli inseguimenti,
sulle inavvertenze frettolose,
sui gomiti, sui palmi.
Dedurrei la sua legge,
il suo cominciamento,
dei suoi nomi verrei ripetendo
le lettere iniziali.
I miei versi sarebbero un giardino.
Con tutto il brivido delle nervature
vi fiorirebbero i tigli a spalliera,
in fila indiana, l’uno dietro l’altro.
Introdurrei nei versi la fragranza
delle rose, un alito di menta,
ed il fieno tagliato, i prati, i biodi,
gli schianti della tempesta.
Così Chopin immise in altri tempi
un vivente prodigio
di ville, di avelli, di parchi, di selve
nei propri studi.
Giuoco e martirio
del trionfo raggiunto,
corda incoccata
di un arco teso.