martedì 28 febbraio 2012

Un albero per ogni bambino che nasce
(updated 28 febbraio 2012)

2° aggiornamento - notizie al 15 febbraio 2012

Ho iniziato questo post l'anno scorso ed ho deciso di tenerlo aggiornato con una certa costanza. Periodicamente pubblicherò questi aggiornamenti, nella speranza che questa goccia possa contribuire a scalfire la pietra dell'indifferenza. Forse è impossibile inventare altre iniziative - ad un costo così irrisorio - che abbiano la stessa forza di far diventare più vivibili le nostre città e i nostri paesi.

Borgarello - reportage della 1° festa dell'albero
Mede, la gestione del parco affidata al Gruppo scout
Il gruppo Scout AGESCI Mede 1 si occuperà della manutenzione e della gestione del parco Baden Powell di viale Linda Lucotti fino al 31 dicembre prossimo. L’affidamento della gestione agli Scout medesi è coerente con gli obiettivi del Comune, che intende avvalersi dell’iniziativa dei cittadini per la gestione delle strutture secondo il principio di sussidiarietà. «Il gruppo Agesci, oltre a non avere fini di lucro, ha tra i suoi scopi statutari la formazione della persona nel tempo libero e nelle attività extrascolastiche, secondo i princìpi e il metodo dello scoutismo ideato da Baden Powell», spiega il sindaco di Mede, Lorenzo Demartini. Inoltre, il Comune ha assegnato il servizio di apertura, chiusura e custodia del castello Sangiuliani e di altri locali comunali di uso pubblico in occasione di mostre ed eventi per il 2012. L’incaricato del servizio è la ditta individuale artigiana di pulizie di Albina Cotta Ramusino di Mede. (u.d.a.) 
dalla "la Provincia Pavese" del 15 febbraio 2012
il Parco Nuovi Nati di Mede ora diventato Parco Baden Powell
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1° aggiornamento - notizie al 28 aprile 2011

Grazie all'impegno profuso dal gruppo scout Mede 1, il Parco Nuovi Nati di Mede è diventato il Parco Baden Powell.

Il Parco Nuovi Nati diventa Baden Powell
Da domenica scorsa [17 aprile 2011] il Parco Nuovi Nati, che si trova tra la ferrovia e il camposanto, ha cambiato nome. Con una cerimonia pubblica, molto partecipata, l’amministrazione comunale ha ufficialmente inaugurato il parco Baden Powell, storico fondatore del gruppo scou...t. La scelta dell’intitolazione, peraltro, non è casuale: all’interno dell’area verde, infatti, troverà spazio anche la sede operativa del Gruppo Scout 1, molto attivo a Mede. “L’intendimento dell’amministrazione - spiega il vice sindaco Stefano Leva — era quello di trovare uno spazio per gli scout, che già da tempo si servivano del parco Nuovi Nati per le loro attività. L’area da tempo necessitava di un corposo intervento di recupero: nel 2009, anno dei festeggiamenti per il centenario della nascita di Baden Powell, di comune accordo con gli scout, abbiamo deciso di intervenire sull’area per poterla consegnare al gruppo”. Le opere di sistemazione del parco, hanno interessato soprattutto il problema dell’umidità, risolto grazie ad un rafforzamento delle rive del fosso che scorre per tutta la lunghezza del parco. “Oltre a quello — prosegue il vice sindaco — abbiamo anche posato un ponte sul torrentino, steso la ghiaia su tutti i camminamenti pedonali, realizzato una piccola struttura per gli scout e provveduto a dotare il parco ‘di un impianto di illuminazione, che hanno dato nuova veste al parco, che sono certo gli scout sapranno far rivivere”. (L.C.)
da "Il Settimanale Pavese" del 28 aprile 2011

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Gli alberi sono elementi vitali dell'arredo ecologico dei nostri paesi e città. Sono fornitori gratuiti di “servizi ambientali” essenziali. Un albero è un "depuratore" naturale e fornisce aria, ombra, frescura, varietà estetica,  paesaggistica e tanto altro ancora. Ogni singolo albero è in grado di fornire abbastanza ossigeno per dieci persone e può assorbire, secondo le dimensioni, da 7 a 12 kg. di emissioni di CO2 all’anno. Gli alberi riducono l’inquinamento acustico e possono fare risparmiare fino al 10 % dei consumi energetici.

Gli antichi Romani tutelavano e adoravano gli alberi anche per motivi religiosi ed era consuetudine consacrare i boschi al culto delle loro divinità. Anticiparono le odierne “feste degli alberi”. In epoca romana il 19 e 21 luglio era celebrata la "Festa Lucaria", che era dedicata ai boschi, alle loro divinità e, in particolare, agli alberi che venivano lasciati intatti dopo il disboscamento di un'area (lucus).

Era il 1872 quando, negli Stati Uniti, il Governatore dello Stato del Nebraska, decise di dedicare una giornata dell'anno alla piantagione di nuovi alberi: questo giorno fu chiamato Arbor day.  Questa fu una risposta concreta ai gravi disastri naturali, causati dai grandi disboscamenti che interessarono quei territori. Da allora, ogni anno, l’ultimo venerdì d’aprile negli Stati Uniti d'America si organizzano eventi e manifestazioni speciali durante le quali si piantano nuovi alberi. Si calcola che l'anno scorso - solo in questa giornata - siano stati piantati negli U.S.A. almeno 8,7 milioni di alberi.

Nella seconda metà dell'Ottocento in Italia si iniziò ad educare la popolazione più giovane al rispetto e all'amore verso la natura, in particolare verso gli alberi. Nel 1898, fu celebrata la prima "Festa dell'Albero" per iniziativa del Ministero della Pubblica Istruzione. I Comuni furono invitati a fornire alle scuole rurali un campo scolastico. Nel 1923 la festa fu regolata con la “Legge forestale”. Nel 1951 il Ministero dell'Agricoltura e delle Foreste stabilì che questa si dovesse svolgere il 21 novembre di ogni anno, con la possibilità di spostare questa data al 21 marzo nei comuni di alta montagna. La celebrazione si è svolta a livello nazionale fino al 1979, quando fu delegata alle Regioni che provvederono a organizzare gli eventi celebrativi a livello locale. Evidentemente la sensibilità ambientale in Italia non così fortemente "radicata", perchè, nel 1992 fu emanata una legge che stabiliva nuove regole per la "Festa degli alberi", la Legge 113. Con questa legge, l'allora ministro Rutelli (eletto nelle liste dei Verdi) volle collegare la piantumazione di alberi alle nuove nascite di bambini. Si sarebbe così dovuto piantare un nuovo albero per ogni bambino nato. Infine, nel 2010, il Governo ha cambiato nome alla “Festa degli Alberi”, chiamandola “Giornata nazionale degli alberi” che si deve tornare a svolgere il 21 novembre di ogni anno.

La normativa che è rimasta comunque vigente è quella del 1992, che prevede l'obbligo per i comuni di piantare un albero per ogni registrazione anagrafica di un neonato residente. Durante la “Giornata Nazionale degli Alberi” le istituzioni scolastiche devono curare, in collaborazione con i Comuni e con il Corpo forestale dello Stato, la messa a dimora di piantine, con particolare riferimento alle varietà tradizionali dell’ambiente italiano e preferibilmente di provenienza locale. Il nuovo albero deve essere piantato entro 30 giorni dalla nascita del neonato e il Comune deve informare la famiglia sul luogo esatto in cui l’albero è stato piantato. I Comuni hanno anche l'obbligo di fare un censimento degli alberi piantati nelle aree pubbliche. Un altro punto importante è l'esenzione dalla TOSAP (Tassa di occupazione del suolo pubblico) delle aiuole realizzate negli spazi vicini ai pubblici esercizi. La legge disciplina anche i contratti di sponsorizzazione. Le amministrazioni pubbliche possono far rientrare, fra le iniziative che possono essere sponsorizzate, quelle finalizzate all’assorbimento delle emissioni di anidride carbonica dall’atmosfera con l’incremento e la valorizzazione del patrimonio arboreo delle città. Infine il Sindaco, due mesi prima del termine del proprio mandato, dovrà rendere pubblico il “bilancio arboricolo” del Comune, evidenziando il rapporto fra gli alberi piantati dall’inizio alla fine del ciclo amministrativo.

Questa legge - che è in vigore da quasi vent'anni - si prefiggeva una cosa abbastanza semplice che però non sembra essere stata realizzata in modo completo e preciso da tutti. Se fosse stata correttamente applicata in tutta l'Italia, ci sarebbro tanti nuovi boschi in ogni piccolo e grande comune. In molti comuni lo si è fatto anche con un certo impegno e visibiltà, in tanti altri no. A Certosa di Pavia sono stati piantati gli alberi previsti dalla legge 113 e sono stati assegnati ai nuovi nati? Questo era ed è solo l'impegno minimo previsto. Non penso che ci possano essere stati impedimenti di natura economica, perchè i nuovi alberi erano e sono a costo zero per le casse comunali. L'assegnazione nominativa della nuova pianta al bambino è poi solo un gesto di sensibilità ambientale - gratuito - oltre che un obbligo di legge. Forse, rispetto a tanti altri grandi problemi, questa è una piccola cosa, ma anche questa ha la sua importanza.

Certosa di Pavia - Parco pubblico di Via Copernico / Via Segrè



giovedì 23 febbraio 2012

Gra-Car il liquore della Certosa


Il Bollettino della Società Pavese di Storia Patria, pubblicato dalla Società Pavese di Storia Patria è una rivista scientifica che raccoglie le più diverse testimonianze che nel corso degli anni interessano Pavia e la sua provincia. Il Bollettino assume anche la non secondaria veste di scopritore di fatti curiosi e pittoreschi.
Il liquore della Certosa
Nella Bibliografia pavese del 2011 la studiosa Luisa Erba vi pubblica un brano dedicato alla Certosa di Pavia intitolato "La famiglia Maddalena, il Gra Car e il modello della Certosa".

la signora Alma Maddalena nel suo storico negozio
Vi si narra di Ignazio Giraud, giovane genovese di nascita, che rilevò la ricetta dai padri certosini e riprese la produzione del loro liquore di erbe, la Chartreuse. Poichè non era autorizzato a utilizzare la denominazione originale che aveva il prodotto, ebbe un’idea che si rivelò felice: utilizzò il monogramma Gra Car, sormontato dal segno di abbreviazione. Questa combinazione di lettere è ampiamente presente nella Certosa e significa "Gratiarum Chartusia", Certosa delle Grazie in latino.

Il monogramma "Gra Car" - nuovo nome di questo prodotto speciale - per i pavesi diventò così presto sinonimo stesso del liquore. Accanto alla produzione, Giraud avviò una vivace attività commerciale con spedizioni all'estero, ma con sede unica nella "Antica spezieria" della Certosa. Scelse come proprio collaboratore di fiducia Enrico Maddalena che poi diventò anche suo genero. Enrico portò avanti l’attività stringendo sodalizio con Enrico Vigoni, titolare dell’omonima pasticceria. La confezione contenetene una torta paradiso e una bottiglia di Gra Car fu per tanti anni la combinazione preferita dai pavesi per il regalo di Natale e per un omaggio di prestigio.

Dopo una lunga trafila burocratica, Enrico Maddalena mise in funzione nel 1913 anche le corse dei due "tramway" trainati da cavalli che per più di trent'anni collegarono la stazione ferroviaria delle Ferrovie dello Stato di Certosa e la strada statale con il piazzale davanti al monumento. Negli anni successivi, mentre la Certosa viveva peripezie diverse, il Gra Car passò nelle mani di Alma Maddalena che ha continuato a produrlo personalmente sino ai giorni nostri. E che rivendica un legame molto più forte di quello di qualsiasi religioso: «Noi ci sentiamo parte della storia della Certosa, perché nella Certosa, a cui apparteniamo, noi siamo nati».

(Farina, Cairoli e il liquore della Certosa - 24 gennaio 2012 - >La Provincia Pavese)

mercoledì 22 febbraio 2012

Cittadinanza attiva 2012

SALVIAMO IL NOSTRO PIANETA

Il tema del Thinking Day 2012 è legato alla sostenibilità ambientale e si ispira ad uno degli otto “Obiettivi del Millennio”, tra i quali anche noi Scout e Guide individuiamo, ogni anno, il filo conduttore del nostro Thinking Day, che in tutti i Paesi viene celebrato attraverso iniziative che permettono la raccolta del “Penny”, segno di solidarietà per lo sviluppo del Guidismo nel mondo.

Per il 2012 WAGGGS ha coniato lo slogan “Salviamo il nostro pianeta!”, basato sul 7° Obiettivo del Millennio (“Garantire la sostenibilità ambientale”).

Se nell'anno 2010 abbiamo piantato il seme (“Plant”), e durante il 2011 questo seme è cresciuto (“Grow”), nel 2012 è giunto il momento di condividerne i frutti (“Share”). Invitiamo, pertanto, tutti i gruppi AGESCI a giocare il TD 2012 con i gruppi CNGEI più vicini (e viceversa), assieme ad altre associazioni giovanili, per diffondere al massimo la nostra speranza ed il nostro impegno per un mondo migliore, anche dal punto di vista ambientale.

Leggi il documento FIS

«La cultura della sostenibilità è basata su una prospettiva di sviluppo durevole di cui possano beneficiare tutte le popolazioni del pianeta, presenti e future, e in cui le tutele di natura sociale, quali la lotta alla povertà, i diritti umani, la salute vanno ad integrarsi con le esigenze di conservazione delle risorse naturali e degli ecosistemi trovando sostegno reciproco». (ONU, Vertice Mondiale sullo Sviluppo Sostenibile, Johannesburg 2002)
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“Lasciamo il mondo un po’ migliore di come l’abbiamo trovato”.
La sfida che si apre con questa scelta è quella di suscitare il rispetto della legge e di scoprire la pienezza e la globalità delle persone.
Si deve cercare di raggiungere questi obiettivi in tutti gli ambiti di relazione che riusciamo a creare.
I concetti di legalità e giustizia sono i fondamenti dell'appartenenza alla comunità sociale e sono gli elementi essenziali e imprescindibili del contesto storico e socio-culturale in cui si vive.
Bisogna saper essere "costruttori" sul territorio, con la consapevolezza e la responsabilità di essere testimoni anche di una rete spirituale e sociale più ampia.
Questo si  può realizzare con un dialogo concreto e costruttivo con le viarie istituzioni territoriali esistenti.
La scelta politica è fondata sull'educazione e la partecipazione, finalizzate alla costruzione di legami con tutte le altre realtà educative con le quali ci si confronta e con le quali si condividono gli stessi intenti.

domenica 19 febbraio 2012

Aspettiamo l'Expo2015


Ancora una notizia sul fronte Expo 2015 che riguarda la provincia di Pavia e, in particolare il comprensorio di Certosa di Pavia.

Come ho già avuto modo di seguire con i post Aspettando l'Expo 2015 e Aspettando l'Expo 2015 (2) la situazione si sta evolvendo.

Non è un movimento molto percettibile, ma si sa Pavia è, per sua propria definizione, una delle "capitali" dove si mette in pratica l'arte del vivere con lentezza.

A questo proposito giova ricordare che le ultime edizioni delle Giornate mondiali della lentezza hanno visto Pavia protagonista più di una volta.

Quest'anno il nostro capoluogo si metterà ancora in luce con con una iniziativa organizzata da Isa Maggi di Slow Food Pavia che, lunedì 26 marzo alle ore 18.00, presso l'Irish Pub del Broletto in Piazza della Vittoria a Pavia ci aspetterà per un "Aperitivo Slow".

Buona lentezza a tutti.

Il progetto
Expo 2015, si lavora sul turismo
PAVIA La Provincia di Pavia guarda a Expo 2015 e lavora per la promozione del turismo. Ha avuto un buon risultato l’incontro convocato ieri, in piazza Italia, dal presidente Daniele Bosone, affiancato dall’assessore al turismo, Emanuela Marchiafava, per mettere a punto nuove strategie di promozione turistica. Al tavolo alcuni rappresentanti autorevoli del territorio, come il consorzio Ast, Gal Lomellina, Regione Lombardia con i quali si è deciso di avviare una collaborazione strutturata per la promozione della Lomellina che sviluppi un’offerta turistica sostenibile. «L’idea – spiega il presidente Bosone – è di sfruttare il classico strumento dell’itinerario turistico come fattore di collegamento tra le numerose risorse presenti sul territorio per arrivare, anche con il coinvolgimento di privati, a valorizzare le nostre risorse culturali, architettoniche e ambientali». Lunedì prossimo il presidente e l’assessore Marchiafava replicheranno l’’incontro coinvolgendo il Pavese. Al tavolo sono stati invitati Camera di Commercio, i Comuni di Pavia e Certosa, il Consorzio Terre del Basso Pavese, l’ente Fiera Castelli di Belgioioso e Sartirana e i monaci della Certosa. Con loro si svilupperà in particolare l’idea di un percorso Visconteo. «Riuscire a destagionalizzare i flussi turistici e rendere la nostra provincia meta ideale è l’obbiettivo che ci proponiamo», ha concluso Bosone. (f.m.)
La Provincia Pavese del 15 gennaio 2012

mercoledì 14 dicembre 2011

Una poesia sulle donne in Certosa

Nonostante la Certosa di Pavia sia un santuario dedicato alla Beata Vergine Maria Madre delle Grazie, i monaci hanno sempre vietato l'ingresso alle donne.

Non é una discriminazione di natura sessuale, poiché neppure gli uomini, salvo rare eccezioni, possono entrare indiscriminatamente nella clausura. Nei quasi mille anni di storia degli ordini monacali, sono state mantenute pressoché intatte tutte le regole certosine, così come quelle dei monaci benedettini.

Per capire la spiritualità e lo stile di vita monacale sono fondamentali gli scritti di uno dei primi monaci certosini, Guigo II. Scrisse le Meditazioni - sotto forma di lectio divina, un Commento al Magnificat e la Lettera sulla vita contemplativa, la Scala Claustralium o Scala Paradisi.

Questo testo è dedicato all'amico Gervaso, cui un tempo Guigo fu unito ma dal quale fu costretto a vivere separato.


Nei secoli, molte regine hanno espresso il desiderio di fare visita ai monasteri di cui erano benefattrici e con cui buoni avevano rapporti. Nei "Costumi di Guigo" era indicato il divieto di ingresso alle donne che consentiva l’assoluto isolamento dei monaci e favorirne la meditazione. Negli annali dell’Ordine troviamo un paio di episodi di visite femminili ai monasteri, che avvennero nel XV secolo, quando i priori di due certose consentirono l’ingresso ad una fondatrice e alla regina Isabella di Baviera. Per questi "strappi" alla Regola i rispettivi priori furono puniti dal Capitolo Generale con estrema severità, costretti ad una astinenza obbligatoria di svariati giorni, rischiando anche di essere deposti dall'incarico. Dopo questi fatti, fu sancita una "eccezione" alla Regola, che riguardante però solo le regine regnanti. Per le altre donne furono costruite cappelle apposite fuori la clausura per consentirne la sosta in attesa dei nobili e benefattori maschi, a cui era concesso di entrare.

Questa disposizione fu confermata nei secoli da varie Bolle papali.



La poesia e la leggenda. La realtà viene amplificata e, arricchita dalla fantasia popolare, spesso diventa come una favola. Si trasformano episodi reali e, celebrando i personaggi importanti per la storia di un popolo o di un luogo, si cerca di spiegare una caratteristica dell'ambiente naturale o dare risposta a dei perché.

Con il trascorrere del tempo la leggenda si trasforma in modo sempre più fantasioso.

Anche la Certosa di Pavia non è da meno ed ha le sue leggende.

Una di questa narra come Gian Galeazzo Visconti - il Conte di Virtù - nel fondare la Certosa, abbia deciso di vietarne l’accesso alle donne. C'è una recente poesia, dal titolo “Farò sü una Certosa…”  che descrive questo episodio di fantasia. Narra di come possa essere nata la sua avversione verso le donne dentro la Certosa. Fa anche riferimento ad un altro aneddoto: la visita di Elena di Savoia alla Certosa avvenuta nei primi anni del 1900. Qui si narra che la Sovrana abbia decretato che da allora in poi la Certosa fosse aperta ai visitatori di ambo i sessi.

Propongo la poesia sia in dialetto che in italiano

Farò sü una Certusa…

Galeàs una matina l’er a càcia in dal sò busch
quand che in mes ala maltina ‘l s’e truà trà ‘l brüsch e ‘l lusch.
Un cagnàs cuntra un quèi còs al baieva sfularmà:
forsi s’er levà la quàia o la legura intanà.
Sensa tèma, par guardà, al và ved renta i büscon
ma ‘l finisa in d’una mèlma masarà fin ai calson.
Pòrca cica, l’ha pensà, va che lòbia ch’ ò ciapà!
E tentand da tiràs föra la ris-cià da sprufundà.

“Dès da chi, chi l’e ca’m leva sa ghe in gir nan un masèr?”
Sla vedeva tanta brüta cl’à di sü fin’un patèr.
E gni föra da Guinsan, una squadra da mundin
chi cantevan: “Viscunt crèpa sèt un bòia, ‘n àsasin”
Quand an vist la màl paràda d’un lifròch inmaltanà,
gan fài sü ‘na sghignasàda che mai pü ‘s ripetarà.
“Tirem föra, parpaquàn, che sl’e vera ch’ som chi som,
chi ‘d par tüt, e anch’ in guèra, rèsti sempar mi ‘l padron”.

Pòri dòn! Tüt’a stramì, cun un ràm s’en dài da büt:
tir’e mòla, dasi dasi, l’an cundüt fin in sal süt.
Quand l’e stài sicür dla vita, i à cacià föra di bàl
restend lì sul, cul sò can, ca’l s’e mis adre a lecàl.
L’à spüdà ‘n tremend rusàri par vendèta sempitèrna
e quand l’à pudü levàs, l’à giurà: “Rechiemetèrna!
Chi, indè ch’ò fài la möja, farò sü ‘na gran Certusa
e mài dentar ga ‘ndarà ne una fiöla ne ‘na spusa”.

Lü l’e mòrt me tüti i àltar, ma süi sàcar paviment
i tàchèt d’una fantesca s’er nàmò pudü dà sent
fin che Elena Regina l’à decis da andà indi frà
par fàgh gràsia e fàgh unur cun un’opera ad pietà.
Sa pudeva digh ad nò? Par l’amur dal bon Gesü,
la Certusa l’e ‘na cesa o la gà un quèi còs ad pü?
“Venga vostra Maestade, benvenuta tra di noi,
anche noi vestì da frate siamo tutti figli suoi!”

La Reale pelegrina, la usèrva dapartüt,
ògni pàs ghe un munüment e la rèsta cul fià müt.
Caminand cul nas in sü, la spatàsa i sàcar prei
e la vör fermàs davanti a sti grandi màravei.
Ma in snugion e penitent, dadre ‘d le ga vegna ‘n frà,
ca’l gà in man un fögh brüsient, par brusàgh i sò pednà.
“Cosa fate?” La dumanda. “Per la regola si fa,
mai di femmina qui dentro un’impronta resterà”.

La vicenda ormài l’e ciàra. La regina l’à di ‘nsì
che dre ‘Le, d’ur’ in avanti, anch’ i dòn pudaran gni.
Gher in tòrt Gian Galeàs quand ca ieva sluntanà
parchè, inveci ‘d maledii, i a dueva ringrasià.
Gher da fàgh una belèsa ricamà dumà par lur,
parchè sensa, al Galeàs, l’avaris ben cüntà i ur!
Dès indè ch’èt fài la möja ghe ‘na gran bèla Certusa
cun ti dentar, dopu mòrt, ben arenta ‘la tò spusa”

Sciur Giuön, Giùgn 2005


Farò sü una Certusa…

Galeazzo un mattino era caccia nel suo bosco
quando in mezzo alla fanghiglia si è trovato tra il brusco e il losco.
Un cagnaccio contro qualcosa abbaiava imbestialito:
forse s’era levata la quaglia o s’era intanata la lepre.
Senza timore, per guardare, va a vedere vicino ai cespugli
ma finisce in un pantano macerato fino ai calzoni.
Accidenti, ha pensato, guarda che rogna mi sono presa!
e tentando di tirarsi fuori ha rischiato di sprofondare

“Adesso da qui, chi mi toglie se non c’è in giro neanche un massaro?”
Se la vedeva così brutta che ha recitato perfino una preghiera.
È uscita da Guinzano una squadra di mondine
che cantavano: “ Visconte crepa sei un boia, un assassino”.
Quando hanno visto la mal parata di un buontempone impantanato,
ci han fatto sopra una sghignazzata che mai si ripeterà.
“Tiratemi fuori, parpaquane, che se è vero che sono quel che sono,
qui dappertutto, e anche in guerra, resto sempre io il padrone”.

Povere donne! Tutte spaventate, con un ramo si sono date da fare:
tira e molla, adagio adagio, l’han condotto sull’asciutto.
quando è stato sicuro della vita le ha cacciate fuori dalle palle
restando lì solo col suo cane che si è messo a leccarlo.
Ha sputato un tremendo rosario per vendetta sempiterna
e quando ha potuto alzarsi, ha giurato: “ Requiemeterna!
Qui nel punto dove son finito a mollo costruirò una Certosa
e mai dentro v’entrerà ne ragazza ne sposa”.

Lui è morto come tutti gli altri, ma sui sacri pavimenti
i tacchetti d’una fantesca non si son potuti sentire
finché Elena Regina ha deciso di andare dai frati
per fargli grazia e fargli onore con un’opera di pietà.
Si poteva dirle di no? Per l’amor del buon Gesù
la Certosa è una chiesa o ha qualche cosa in più?
“Venga vostra Maestade, benvenuta tra di noi,
anche noi vestiti da frate, siamo tutti figli suoi”.

La Reale pellegrina, osserva dappertutto,
ogni passo c’è un monumento e rimane col fiato interrotto.
Camminando col naso in su, calpesta le sacre pietre
e vuole fermarsi davanti alle grandi meraviglie.
Ma inginocchiato e penitente, dietro a lei viene un frate
che ha in mano un fuoco ardente, per bruciare le sue pedate.
“Cosa fate?” Lei domanda. “Per la regola si fa
mai di femmina qui dentro, un’impronta resterà”.

La vicenda ormai è chiara, la Regina ha detto così
che dietro a Lei, d’ora in avanti, anche le donne potranno venire.
Era in torto Gian Galeazzo quando le aveva allontanate
perché, invece di maledirle, le doveva ringraziare.
C’era da fare una bellezza ricamata solo per loro
perché senza, Galeazzo, avrebbe potuto contare le ore!
Adesso, dove ti sei bagnato, c’è una gran bella Certosa
con Te dentro, dopo morto, ben vicino alla tua sposa”.

Giovanni Segagni - Giugno 2005

domenica 11 dicembre 2011

Un brano di Mino Milani per la Certosa

Questa nota nasce dalla mia recente visione del film "Fantasma d'amore" tratto dal romanzo scritto nel 1977 da Mino Milani.

Il film, diretto da Dino Risi, narra la storia di un uomo, Nino (Marcello Mastroianni) che, per puro caso, incontra sull'autobus la sua prima fidanzata Anna (Romy Schneider).

Le immagini dei primi anni '80 fotografano i luoghi di Pavia e di altri luoghi della provincia pavese, moderni e antichi allo stesso tempo, che sono ancora chiaramente riconoscibili..
La curiosità mi ha spinto a leggere il romanzo, che ho facilmente preso in prestito nella biblioteca di Certosa di Pavia.

Non voglio però raccontare qui la storia e le tragiche vicissitudini dei personaggi, ma cercare un'altra chiave di lettura.

Come purtroppo spesso accade, l'adattamento al cinema sacrifica molto dell'opera originale.

Un brano del romanzo, infatti non è stato ripreso dal film.

La storia raccontata dall'autore pavese è densa di tanti altri messaggi e ricche suggestioni. Mi ha colpito molto, proprio nel primo capitolo, leggere un brano che riguarda molto da vicino il Monumento della Certosa di Pavia.

E' di una eccezionale attualità.

Mi sono permesso di trascriverlo qui di seguito e vi invito a leggerlo, facendo attenzione che Mino Milani lo scrisse nel 1977.
Il giorno dopo ci fu la visita alla Certosa: “Lo so che è un sacrificio, per te, ma mi spiacerebbe se la gente pensasse che tu ci snobbi e, guarda, dovresti proprio venire” mi aveva detto Teresa. Sì, certo; le avevo proposto di andarci in automobile, avremmo potuto dare un passaggio a qualcuna delle socie più anziane, per esempio, o a monsignore. Ma lei fu irremovibile: era stato noleggiato l’autobus, e si sarebbe andati in autobus, si trattava di sette chilometri, infine, e lei era la presidentessa, me ne ricordavo? Sì, certo, me ne ricordavo, e così feci il viaggio in piedi, per lasciare seduta questa o quella signora. In piedi con me c’erano altri mariti, sorridenti, soddisfatti e infaticabili nella conversazione. Un paio di volte colsi lo sguardo di Teresa, che si posava su di me un po’ perplesso e un po’ preoccupato, e accennai, allora, e sorrisi a dire che tutto andava bene e che il sacrificio non era poi così grosso.

“La vedo un po’ stanco, caro dottore”mi disse il professor Neri, in piedi accanto a me. Ma guarda questo scemo, pensai.

“Eh, che vuole, professore? Il lavoro”

“E gli anni. Ogni anno ne passa uno”

“Non ci si scappa”

“Ma lei è ancora tanto giovane! Ah, conosce il ragionier Chiarini?” ed era la terza volta che mi presentavano il ragionier Chiarini, marito di una consigliera.

“Molto onorato” dissi.

Il professor Neri spiegò “Il dottore è marito della nostra presidente” e il ragionier Chiarini fece un breve inchino.

E intanto eravamo arrivati e si cominciava a scendere, nel grande piazzale, con i pioppi altissimi - un ultimo pennacchio di foglie gialle, lassù in cima, contro il cielo azzurrino.

Guidò la visita un frate, tonaca bianca e nera, aria furbetta.

Rispondeva alle domande sicuro e paziente, illustrava con autorità, scioltezza, ampi gesti eleganti, andando di quadro in quadro, di angolo in angolo, con passo svelto, e noi lo seguivamo aggruppati e timorosi di perdere qualche sua parola. Un accidente. Perché quello scemo di professor Neri mi aveva trovato un po’ stanco? Be’, forse un po’ lo ero, sì: ma avrei voluto vedere lui, lavorare come lavoravo io. Del resto, d’accordo, un certo periodo di riposo m’avrebbe fatto bene.

Eravamo ora davanti a un grande affresco, e il frate accennava, levando il braccio, con la tonaca che ricadeva elegante a scoprirgli il polso, e diceva: “...ma qui, anche una testimonianza opposta: quella cioè della inciviltà di un popolo. Il buio dopo la luce, ma questa forse è una espressione troppo forte. Ne troveremo un’altra, insieme. Loro avranno veduto come, alle statue dei bassorilievi e delle sculture sulla facciata, manchino le teste... Sì: la testa, staccata dal fondo, è più esposta al danneggiamento, ma..” una pausa, le mani aperte e levate “ma in verità, quelle teste non ci sono più non a causa, o meglio non solo a causa degli incidenti occorsi nei secoli, del logorio, dell’invecchiamento, diciamo naturale d’ogni cosa creata... quelle teste mancano perché sono state rubate. Sissignori. .. cioè, sissignore : rubate. Le figure delle fasce marmoree sono state decapitate”.

Il frate attese che si tacesse il solito mormorio di raccapriccio, e continuò: “Ma almeno, allora, si trattava di furti sacrileghi, nel senso che i visitatori erano persuasi, nella loro fede, di portarsi a casa delle reliquie, portandosi appresso quelle teste. Ora, invece, a parte il saccheggio delle opere d’arte, i furti nei musei e nelle gallerie... e tutti a fini non certo religiosi!, oh, ora non si visita più un monumento di fede, quale è precisamente questo, non dimentichiamolo, per senso religioso!... Guardate qui : graffiti. Ne sentiamo parlare : american graffiti, naturalmente... e ce li troviamo in casa! No, no: non abbiamo nulla da imparare! Sanno?, noi italiani dovremmo mettere tutto sotto vetro e sotto grata, sotto chiave, insomma. Graffiti! Guardino: con un chiodo, un temperino, che so?, una forcina per capelli, guardino quanti visitatori hanno scritto qui il loro nome! Guardino” e faceva scorrere l’indice affusolato su quel reticolo biancogrigio di nomi, di date, di segni, che occupava la parte più bassa dell’affresco.

Qualcuno alle mie spalle disse, sopra il brusio scandalizzato che si faceva sentire: “Io pubblicherei tutti questi nomi in un libro, avvertendo: ecco i nomi dei nuovi vandali!”.

“Giusto!”

“Macché libro! Multe, ci vogliono, e salate! Costringerli a pagare le spese di restauro!”

“Eh, ma bisognerebbe prenderli sul fatto!”

“Per me, basterebbero più guardiani”

“Che facciano il loro dovere, sì”

“Ecco,” aveva ripreso il frate “ecco l’idiozia, parola grossa, ma mi permettano di usarla, l’idiozia di certa gente « Pietro R., 23 maggio 1968»... Evidentemente questo signor Pietro si sentiva molto importante. E questo? «Luigi Bellotti fece» Capiscono?... Fece: come scrivevano i grandi pittori! Si vanta, anche, questo signor Bellotti!” ed era diventato quasi un gioco, e le signore del circolo si protendevano a leggere nomi e date; e il frate continuava: «Angelo e Marisa, cinque mars»... marso: anche gli errori d’ortografia, ora... e questi?, questi che si giurano amore, con i nomi contornati da un cuore?... Guardino:«Nino e Anna, ieri e oggi»”.

Li avevo visti mentre li leggeva, un istante prima. Quei nostri nomi, Nino e Anna, ieri e oggi. Una luce obliqua. Un senso di stupore rinnovato e profondo, un attonito, lieve tuffo al cuore. Ancora. Restai immobile, mentre il gruppo, sazio di deplorazione, proseguiva. Nino e Anna, ieri e oggi. La fotografia caduta dal libro, la moneta sulla scrivania.., ma questa volta...

Guardavo. Strano. Via, perlomeno era strano. Una serie di coincidenze così serrata. Come se...

“Nino, vieni?”

Teresa mi chiamava, mi volsi sussultando, risposi: “Sì, arrivo” e guardai ancora. Nino e Anna, ieri e oggi. In un cuore. Niente di particolare, si capisce, c’erano dopo tutto schiere di Nino e di Anna che si amavano e visitavano la Certosa. Al diavolo, di una cosa ero certo: quel graffito non era opera mia. Non ero mai stato un moderno vandalo. Ero andato alla Certosa con Anna, chi non ci va?, ma né io né lei...

“Allora, Nino?”

M’affrettai verso il gruppo.
In questo brano è evidente e molto chiara la testimonianza dell'autore che il vandalismo in Certosa non è un fenomeno solo attuale e che già allora si parlava di incuria e di abbandono di questa bellezza architettonica. Continua con costanza, qui e in Italia, l'inesorabile "deriva" dei Monumenti. Oggi, ancor più di ieri, è importante che chi è sensibile a queste tematiche si impegni per cercare di tutelare e proteggere il nostro patrimonio artistico e culturale dai vandali e dagli speculatori.

lunedì 7 novembre 2011

Edilizia criminale

Chi bisogna ringraziare per le vittime delle alluvioni e del dissesto idrogeologico?

Chi ha costruito - o fatto costruire - in modo così criminale?

Gli amministratori hanno le loro responsabilità di sicuro, ma chi ha chiesto loro l'autorizzazione a costruire (quando lo ha fatto) in luoghi che non sono idonei neanche a metterci un gazebo?

I sindaci hanno concesso le autorizzazioni edilizie, qualcuno avrà anche chiesto mazzette.

Ma chi ha costruito? Chi ha regolarizzato o condonato gli abusi edilizi commessi?

Per dare a Cesare quel che è di Cesare, bisogna ricordarsi che i veri responsabili siamo stati noi e i nostri amati concittadini.

Non siamo forse noi, o il nostro vicino di casa, che voleva avere una seconda casa in posti impossibili, magari con vista mare?

Quanti di noi hanno affittato la casa per la villeggiatura al mare o in montagna - e magari qualcuno lo fa ancora (beato lui) - che, volendo magari risparmiare, lo fa in nero?

Chi si arricchisce con la speculazione immobiliare?

Non solo gli amministratori disonesti ma anche tanti nostri amati concittadini.

C'è chi ha cercato anche di risparmiare sui costi ed ha fatto costruire in economia.

Costruire secondo i giusti criteri costa di più.

Con chi è giusto essere incazzati?

Alluvioni in Italia: le colpe dell'edilizia
di Cristian Fuschetto
Dopo Genova, l'emergenza maltempo si è spostata sul Piemonte, ma l'attenzione resta alta anche in altre regioni. Se avessimo costruito in modo più intelligente, si sarebbe potuta evitare la tragedia?
Non è stato il solo maltempo a provocare il disastro in alcune regioni italiane. La Natura è stata solo la scintilla che ha innescato una vera e propria bomba a orologeria costruita, seppur inconsapevolmente, dall’uomo. Sappiamo infatti che nel nostro paese ci sono 6.643 i comuni a rischio idrogeologico, l’82 per cento del totale. “Nonostante questo, non c’è un piano urbanistico che tenga conto della mappatura del rischio idrogeologico”, denuncia Francesca Ottaviani, responsabile di Operazione Fiumi, la campagna di Legambiente e del Dipartimento della Protezione Civile dedicata al rischio idrogeologico nel Paese.
E non è solo una questione di abusivismo, ma è l’andamento stesso del processo di urbanizzazione a mettere in ginocchio città e piccoli centri di fronte ai sempre più frequenti rovesci torrenziali. A guidare la classifica della cementificazione sono Lombardia, Veneto e Campania con una percentuale di superfici artificiali che si stima rispettivamente intorno al 14, l’11 e il 10,7 per cento. Seguono Lazio ed Emilia con il 9. Se aumenta l’asfalto aumenta la superficie impermeabile e se aumenta la superficie impermeabile aumenta il rischio di frane e alluvioni. “ Se poi consideriamo che i processi di antropizzazione del suolo portati avanti negli ultimi decenni si sono concentrati in maniera indiscriminata proprio lungo i corsi fluviali, non devono stupirele le tragiche scene a cui purtroppo abbiamo dovuto assistere in questi gironi”, dice Ottaviani
.

Il punto debole del sistema idrogeologico italiano è rappresentato soprattutto dal cosiddetto reticolo geografico minore, solo apparentemente meno preoccupante e per questo bersaglio preferito per costruzioni regolari e non . “Anche lungo questi corsi – spiega Ottaviani - si è massicciamente costruito, il che è stato un errore gravissimo perché se è vero che i torrenti nel corso dell'anno sono in secca o comunque hanno una portata piccolissima, è vero anche che in presenza di precipitazioni importanti essi amplificano in modo esponenziale portata e rischi. Non è possibile stupirsi ora di cose in sé molto semplici”. Non è possibile eppure gli enti territoriali sono sistematicamente in ritardo rispetto ai monitoraggi idrogeologici. “I piani urbanistici – precisa l’esperta –
ne tengono conto come se si trattasse di indicazioni facoltative, siamo in presenza di un gestione delle acque a dir poco irrazionale”.
Anche il Wwf e il Fai puntano l'indice contro Comuni, Provincie e Regioni. “E’ inoltre il caso di ricordare – dicono in una nota -  che in questi ultimi anni in Italia si è completamente abbandonata qualsiasi azione strutturata per la difesa del suolo: le autorità di bacino, istituite con la preveggente legge 183/89, sono state delegittimate, i Piani di assetto idrogeologico che obbligavano i comuni a considerare il rischio nei loro territori sono stati accantonati e le direttive europee sulle acque (2000/60/Ce) o sul rischio alluvionale (2007/60/Ce) sono ‘lettere inevase’ di uno Stato sempre più lontano dall'Europa”.

Anche un altro rapporto realizzato sempre da Legambiente, in collaborazione con l’ INU, l’Istituto Nazionale di Urbanistica, il rapporto Ambiente Italia 2011, presenta cifre eloquenti: nel Belapese il cemento invade 2 milioni e 350.000 ettari, il 7,6 per cento del territorio nazionale, ovvero  415 metri quadri per abitante. Questo per quel che concerne le costruzioni regolari. Se passiamo all’abusivismo le cose diventano ancora più fosche. Solo in Campania, che detiene il primato del mattone illegale, si calcola che negli ultimi 10 anni siano sorte 60mila case abusive. In pratica un'intera città
A porre il sigillo su una situazione idrogeologicamente, oltre che legalmente e moralmente, insostenibile è Francesco Peduto, presidente dell’ Ordine dei Geologi della Campania.
“Ancora una volta accusiamo la mancanza di manutenzione e di reali azioni di prevenzione pre -evento. Con i nostri legali stiamo valutando di costituirci parte civile nei vari processi per disastro colposo che seguono le diverse sciagure che si susseguono. Accusiamo la mancanza  - spiega - di piani di protezione civile realmente operativi e di piani di emergenza nelle zone ad elevato rischio, previsti dalle normative di settore vigenti, per cui ad ogni tragedia non si sa chi doveva fare cosa e chi è responsabile di cosa. Nel nostro Paese, purtroppo, nel campo della difesa del suolo, si sommano le carenze normative all’inerzia ed agli inadempimenti delle pubbliche amministrazioni e, sia a livello nazionale che regionale il quadro normativo nel settore non è ancora coerente con gli obiettivi di una moderna politica di salvaguardia e tutela dal dissesto idrogeologico”.