mercoledì 14 settembre 2011

PALIO CARTHUSIANO 2011 di Certosa di Pavia

“Stare insieme procura gioia”

Il 23, 24 e 25 settembre 2011, nell'occasione della Sagra di San Michele Arcangelo, il Comune di Certosa di Pavia - con la collaborazione delle associazioni locali - ha organizzato il Palio Carthusiano 2011

Partecipano ai giochi del Palio sei squadre, che rappresentano i 6 rioni e frazioni di Certosa di Pavia.
Ogni gruppo - composto da 19 persone - avrà uno stendardo con i propri colori. Le squadre si cimenteranno in diverse gare e tornei. Alla vincente sarà consegnato lo stendardo raffigurante il Palio Carthusiano 2011.
Tutte le famiglie sono invitate a trascorrere insieme questo palio in allegria...
Siete pronti a divertirvi con noi?
Ecco il programma...
Al campo sportivo di CASCINE CALDERARI, venerdì 23 sera dalle ore 20.00 e sabato 24 pomeriggio, con inizio alle ore 15.00 verrà disputato un "Torneo di Calcetto" a 7 giocatori
Nelle strade di TORRIANO, alle ore 20.30 di sabato 24 sera, le 6 squadre correranno una gara di "Staffetta con Fiaccola"

All'Oratorio San Riccardo Pampuri a CERTOSA - TORRE DEL MANGANO, durante tutta la giornata di domenica 25 settembre si svolgerà un intenso programma che prevede:
  • alle ore 11.00 la Santa Messa
  • alle ore 12.00 una sfilata di automobili FIAT 500 d’epoca
  • alle ore 12.30 il pranzo conviviale (per prenotare telefonare a Cristina 3384605322, dalle 19.30 alle 21.00)
  • alle ore 15.30 i giochi finali con le 6 squadre
  • al termine dei giochi la consegna del Palio Carthusiano 2011 ai vincitori
Per i bimbi più piccoli saranno disponibili i GONFIABILI
Chi volesse partecipare alle gare del Palio può ricevere ulteriori informazioni in Oratorio.
Per le iscrizioni alle squadre, contattare direttamente i capitani.

Le squadre ed i loro capitani sono:
CERTOSA OVEST - Angelo
CERTOSA EST - Giorgio
CERTOSA SUD - Cristian
CASCINE CALDERARI - Maikol
SAMPERONE - Casa del Giovane
TORRIANO - Gabriele

I responsabili del Palio sono:
MARIO
FRANCA
Si ringraziano gli sponsor ed i sostenitori della manifestazione

martedì 9 agosto 2011

Il deserto della Certosa di Pavia
(una speculazione edilizia del XIV secolo)

Sembra che certi argomenti siano diventati di strettissima attualità e, a sostegno di quanto detto l'altro giorno da Alberto Arecchi, ripubblico un mio post che avevo già scritto a novembre del 2010, quando mi capitò di leggere un bell'articolo di Giorgio Boatti dedicato alla Certosa di Pavia.

Oggi lo spunto mi viene da quello che ho letto domenica 7 agosto 2011 sempre sulla Provincia Pavese, in un paradossale (ma forse non poi così tanto) articolo di fantacronaca. Il finale potrebbe anche realizzarsi. Non temete, non c'è mai limite al peggio.

Chi resta con le pive nel sacco è chi ha usato questo monumento e questo territorio come merce di mero scambio per cose che sembra siano diventate più rarefatte ed illusorie di un miraggio nel deserto. Chi ci ha condotto a questo punto, speriamo di non ritorno, rischia di fare la fine del protagonista del "Deserto dei Tartari" - il tenente Drogo - il quale con le proprie ferme convinzioni ed i propri ideali visionari si illude che la difesa del suo avamposto potesse cambiare il destino dell'umanità ed avesse un senso. La vita del tenente si è così consumata in una assurda speranza di poter cambiare il destino di ciò che non poteva essere cambiato. Come nel romanzo le illusioni di Drogo hanno vanificato la sua vita e il suo ideale astratto - di altissimo valore, sarebbe molto brutto e spiacevole scoprire che chi disse di voler bene a questo paese potrebbe averne invece determinato il male peggiore.

Quando, nel 2012, il paese andò all'asta

L'agente edile del Comune di Certosa di Pavia, durante un sopralluogo, ha casualmente identificato un'enorme costruzione abusiva, edificata in assenza di concessione edilizia; è stata inoltrata ai proprietari comunicazione di accertamento per abuso edilizio. Dal rapporto dell'agente edile risulta che: «Il vasto complesso abusivo comprende alcuni cortili a più piani e un compound di villette unifamiliari, per n. 21 unità, disposte intorno ad una vasta corte comune. Le villette appaiono disabitate, ma non si può escludere che di esse si sia svolto un mercato illegale. Dalla ricerca catastale, è emerso che le stesse opere abusive sorgono su area pubblica, di proprietà demaniale». L'esperto ambientale ha negato l'autorizzazione paesaggistica in sanatoria, perché le altezze di talune parti risultano decisamente superiori alle massime consentite. La costruzione è infatti coronata da un alto tiburio e da diverse guglie, difformi rispetto ai caratteri generali dell'edilizia locale, improntati allo stile della "cascina lombarda". La Commissione edilizia ha infine stabilito di concedere una sanatoria, a condizione che "…vengano demolite tutte le parti che superano i m 10,57 d'altezza rispetto al piano di campagna, soppressi gli archi acuti delle finestre, che tutte le ornamentazioni - improntate ad esagerata ridondanza - siano ricondotte alla sobria modestia ed all'uniformità stilistica degli edifici rurali". Così iniziò, il 12 gennaio del 2012, la radicale "messa a norma" dell'abuso che la gente dei dintorni chiamava "Certosa di Pavia". Il complesso edilizio fu lottizzato e venduto al miglior offerente, sulla base della norma del "silenzio - assenso", dopo che erano trascorse 14 ore e 24 minuti senza che lo Stato esercitasse il diritto di prelazione. Alberto Arecchi L’autore, architetto, pur operando all'estero in progetti di auto-sviluppo, si è dedicato con passione alla conoscenza della storia e dei monumenti pavesi.

Qui di seguito riporto integralmente il mio precedente post.
La speculazione edilizia a Pavia nel XIV secolo

Quando ho iniziato a scrivere sul questo blog mi sono riproposto di cercare notizie storiche meno note rispetto a quelle che si trovano abitualmente sui libri di storia e geografia che descrivono la chiesa, il chiostro e le opere d'arte della Certosa di Pavia.

Una cosa è la descrizione dei luoghi, altra cosa è riflettere sugli aspetti, diciamo di "contorno" connessi a queste Grandi Opere del passato. E' interessante analizzare le vicende sociali ed economiche che hanno contribuito a costruire la nostra realtà, comprese le complesse e problematiche vicende che oggi dobbiamo risolvere quando dobbiamo affrontare il tema della "conservazione" del nostro inestimabile patrimonio storico-artistico.

Per questo è interessante la lettura dell'articolo, firmato da Giorgio Boatti, pubblicato sulla Provincia Pavese di domenica 28 novembre 2010.

La moderna "rivisitazione" storica della Battaglia di Pavia del 1525
(San Genesio - settembre 2008)
Quella pessima idea di Gian Galeazzo
Se la macchina del tempo potesse riportarci indietro di qualche secolo, bisognerebbe dirlo, a Gian Galeazzo Visconti - Conte di Virtù (da Vertus, città della Champagne, che gli viene portata in dote da Isabella di Valois), Duca di Milano, signore di Pavia e di qualche altra decina di città disseminate tra il Nord e il Centro della Penisola - che far erigere come sua ultima dimora la Certosa era una pessima idea.
D’accordo, Galeazzo pensava in grande e aveva la “malattia del mattone”. Come tutti i signori del Biscione - simbolo che allora era dei Visconti e tuttavia per strani paradossi ancora oggi pare destinato ad accompagnare chi da Milano non rinuncia a stendere i suoi possessi su ogni orizzonte - non badava a mezzi pur di rimarcare la propria supremazia sopra tutti. Gian Galeazzo prima di mettere mano alla Certosa, mobilitando il meglio degli artisti disponibili al tempo, aveva fatto della sua dimora pavese la più sfarzosa residenza principesca d’Europa. Con una biblioteca, andata poi dispersa, che aveva incantato uno come il Petrarca che, quanto a libri, qualcosa ne sapeva. Tutto questo aveva preso posto tra le mura del castello di Pavia, fatto costruire da suo padre in pochissimi anni, grazie a un’avveniristica tecnica costruttiva.  Quale? Quella per la quale, se i capomastri non rispettavano la tabella di marcia dei lavori, o non li eseguivano a regola d’arte, con i più stretti collaboratori finivano impiccati ad un cappio annodato ai ponteggi. Una soluzione che, se fosse ancora in vigore oggi, decorerebbe di illustri appesi la facciata del Broletto di Pavia, in perenne restauro da anni.  Oppure l’interminabile cantiere dell’ex-monastero di Santa Chiara, da una ventina d’anni prossima sede della biblioteca comunale di Pavia. O tante altre opere iniziate e mai finite. E infrastrutture penalizzate dall’assenza di assennata manutenzione.  Comunque, oltre ad alloggiare bene, Gian Galeazzo voleva anche che la propria anima fosse adeguatamente accudita. Da lì l’idea della Certosa e dei santi monaci che avrebbero dovuto pregare per lui, e per tutta la sua famiglia, in quel monumento che è diventato uno dei simboli significativi della stessa civiltà lombarda.  Una presenza d’arte e bellezza che richiama ancora oggi tantissimi visitatori (e la prima cosa seria, per provvedere a un realistico piano di rilancio turistico e culturale del territorio imperniato sulla Certosa, sarebbe verificare il loro numero. Smetterla di sparare dati a casaccio). Di certo i visitatori sono tanti. Vengono. Visitano. Vanno. E non lasciano nulla, o quasi nulla, al Comune di Certosa. Alla vicina Pavia. Al territorio circostante, vale a dire quel parco Visconteo che adesso pare solo un succedersi di tangenziali e insediamenti vari ma dove c’è ancora la cascina Repentita che fu il perno della battaglia di Pavia del 1525, quella in cui cadde prigioniero re Francesco I, consegnando la supremazia d’Europa alla Spagna per un bel po’ di anni.  Poco avanti c’è pure quel Castello dove, seguendo l’esempio vigevanese del “Progetto Leonardo”, non sarebbe impossibile, utilizzando la tecnologia digitale oggi disponibile, far rivivere la splendida biblioteca viscontea andata sparsa per tutte le corti d’Europa e che a sua tempo fece sognare Petrarca.  Certo, la Certosa è un simbolo oneroso. Lo dice l’assessore alla Cultura del Comune di Certosa e ha ragione. La Certosa - se la si subisce e non la si trasforma in una asset dinamicamente gestito, inserito in una più vasta concertazione di rilancio - è un peso che, aggiuge il sindaco, dà più oneri negativi che onori.  Forse sarebbe meglio smetterla con questi piagnistei e con le ripicche (anche rispetto all'assessorato provinciale al Turismo che, forse unica eccezione nell'immobilismo della giunta Poma, non rinuncia caparbiamente a fare quanto è possibile per rilanciare questo territorio).  Un tempo, quando a Pavia c’era una sede regionale ben radicata al territorio provinciale e sempre attiva nell'incentivare gioco di squadra per valorizzare opportunità, in questa situazione si sarebbe organizzato un “tavolo territoriale” proprio sui punti di forza e di debolezza rappresentati dalla Certosa. Si sarebbero chiamati a confronti enti locali, pubbliche amministrazioni, università e operatori privati e, perché no?, anche i santi monaci e magari la diocesi. Il tutto per delineare uno scenario di iniziative dove il monumento voluto da Gian Galeazzo e l’offerta turistica e culturale di Pavia, il vuoto di divulgazione attorno alla battaglia di Pavia e la necessità di far tornare la Certosa non solo una meta d’arte ma anche un pulsante centro spirituale, sarebbero punti irrinunciabili di partenza.  E’ troppo chiedere che - invece di procedere per polemiche e lamentazioni - si prenda questa strada? Di tempo se n’è perso parecchio. Per fortuna che Galeazzo riposa per sempre nel suo sacello. Altrimenti - vista la fallimentare tabella di marcia e le inadempienze di tutti - lungo la strada da Certosa a Pavia non mancherebbero penzolanti “testimonial” degli errori compiuti. Oscillanti nella bruma di un inverno che, per la Certosa e Pavia, non è mai riuscito a sbocciare in una convincente e generosa primavera.
Giorgio Boatti

giovedì 28 luglio 2011

da Pavia a Certosa sottoterra

Il cunicolo, sotterraneo segreto dal Castello Visconteo alla Certosa esiste davvero: lo afferma l’architetto Alberto Arecchi, che sostiene di aver rintracciato, in foto satellitari trovate su Earth Google, programma specializzato del motore di ricerca, la prova della possibile presenza del manufatto nella zona tra San Genesio, Borgarello e la Certosa. “Le Immagini dice l’architetto editore storico ricercatore rivelano una parte di tracciato sotterraneo che percorre esattamente quello che io ho indicato come il passaggio segreto dal Castello alla Certosa”. Sono anni che Arecchi, appassionato cultore di storia e indagatore del territorio, è sulle tracce del famoso cunicolo, che di tanto in tanto torna agli onori delle cronache. “Earth Google - spiega Arecchi - consente di vedere, in foto scattate dal satellite e con eccezionale ingrandimento, qualsiasi punto della terra. E’ possibile riconoscere persino le auto. Ho esaminato le immagini fornite dal sito e ho potuto accertare, nella zona tra San Genesio, Borgarello e la Certosa, la presenza di tracce, di macchie chiare e scure sotterranee, corrispondenti rispettivamente a zone asciutte e umide. In particolare, balza chiaramente all'attenzione dell’osservatore un tratto di tracciato sotterraneo, attualmente pieno d’acqua, della lunghezza di 300 400 metri, che si trova nella zona prossima all'insigne monumento”.
Arecchi fornisce la foto in questione, evidenziando la posizione del presunto manufatto con due righe parallele da lui tracciate a sud ovest della Certosa. “Ritengo – continua l’architetto – che possa trattarsi effettivamente di una parte del sottopassaggio segreto voluto dai Visconti nel quattordicesimo secolo. E questo innanzitutto a causa della posizione del manufatto, che coincide con il tracciato che doveva avere il cunicolo secondo i miei studi”
Oltre al presunto cunicolo e alle zone umide, la foto satellitare evidenzia, secondo Arecchi, “forme di tipo ellittico ancora presenti nei tracciati catastali: potrebbe trattarsi o di anse di antichi fiumi dall'asse di cinquecento metri o di preesistenze religiose antecedenti l’età romana. La mia esperienza nello studio di tali strutture risale a poco meno di quarant'anni fa: nel 1969 ebbi modo di effettuare rilevamenti del genere nella zona di Trino Vercellese”. 
Ma non è finita qui. Le foto satellitari della zona a nord di Pavia lasciano emergere, secondo l’architetto, “tracce delle linee delle fortificazioni, risalenti probabilmente al 1655, l’anno dell’assedio francese a Pavia presidiata dagli spagnoli.
La ripresa dell’interesse per la vicenda 40 anni dopo il misterioso blitz nella cascina
“Galeotto” fu il Tesoro dell’Antipapa.
Quanto vado scoprendo dimostra che occorre riprendere le ricerche e gli studi sul cunicolo segreto a nord di Pavia”.
a cura di Alberto Arecchi dal sito www.liutprand.it

martedì 14 giugno 2011

Centocinquanta

Il 17 febbraio del 2009 ho iniziato a scrivere su questo blog. Volevo solo mettere nero su bianco i miei pensieri. Ogni tanto mi capita di rileggere qualcosa. E, come in un diario, c'è un filo conduttore. 

Sono i piccoli passi, tanti piccoli passi, che, uno dopo l'altro, fanno belle le cose.

Come nei versi del poeta Kavafis, citati dal mio amico Roberto Dadda, è che non si deve voler affrettare il viaggio, perchè se sarà lento e pieno di insidie sarà fertile in avventure e in esperienze.

Molti si dimenticano (o peggio, molti non lo sanno) che la bellezza nella meta è dentro nelle difficoltà del cammino che percorriamo. Solo così si riesce a vivere una realtà che vale la pena di essere vissuta ancor prima che ricordata. Ho avuto la fortuna di incontrare, nel mio breve cammino della vita, tante persone che hanno arricchito di bellezza questo mio "viaggio".

Molte persone hanno questi "valori". Tra i tanti penso all'amico Giovanni Giovannetti e i suoi compagni di viaggio, in cammino a piedi da Milano a Napoli, per (ri)scoprire, ricucire ed amare una realtà che quest'anno festeggia i 150 anni di difficile, ma non impossibile, unità sotto un'unica bandiera: l'Italia.

illustrano e raccontano, giorno dopo giorno, il viaggio.

Qui di seguito altri importanti spunti di riflessione (da movimentolento)

Camminare, un gesto trasgressivo

Chi viaggia a piedi di città in città, ad esempio lungo la Via Francigena e il Cammino di Santiago, si riappropria di spazi dai quali l’uomo moderno si è ritirato da alcune decine di anni.
Oggi, in Italia, una persona che cammina sul bordo di una strada provinciale con uno zaino sulle spalle viene spesso guardata come se passeggiasse in costume da bagno nel centro di Milano.
Il senso comune ammette la presenza di donne e uomini seminudi lungo una spiaggia o in una piscina, così come ammette la presenza di camminatori vestiti da trekking lungo un sentiero di montagna o al limite in un parco. E chi esce dai confini stabiliti dalla cultura dominante compie un gesto trasgressivo, con il fascino e i rischi che ciò comporta.
Anche se il pedone secondo la legge è il primo utente della strada (nel senso che è il primo ad essere citato nell’articolo 1 del Codice della Strada), e anche se il transito pedonale è ammesso lungo la stragrande maggioranza delle strade italiane, il cartello che indica la fine di un centro urbano rappresenta per chi cammina una moderna versione delle colonne d’Ercole. Chi lo supera si espone a un rischio, poiché oltre quel segnale nessuno prevede la sua presenza.
Innanzitutto chi ha progettato la strada ha lavorato per far viaggiare veloci e sicuri i veicoli a motore, non certo per proteggere gli incauti pedoni. In secondo luogo gli automobilisti non hanno la percezione della loro velocità e della pericolosità della tonnellata di metallo che guidano. Infine il pedone stesso si crede più visibile di quanto in realtà sia, e tende a sopravvalutare la buona educazione e le capacità di guida degli automobilisti. 
Questi ultimi in genere lo vedono come un ostacolo che rallenta la loro marcia, un intruso nel loro territorio. Un territorio dal quale “l’uomo bianco” si è ritirato da alcuni decenni, lasciandolo in balia della modernità. Un territorio in cui in tempi recenti si avventurano quasi esclusivamente i migranti africani ed asiatici.
Nel loro Paese sono ancora abituati a viaggiare a piedi, e le loro strade, anche se importanti e trafficate, prevedono quasi sempre un’ampia banchina con un sentiero su cui possono camminare in sicurezza uomini ed animali. Quindi se decidono di camminare non è solo perché non hanno la possibilità economica di usare altri mezzi, ma perché la loro cultura non considera disdicevole né bizzarro percorrere qualche chilometro a piedi per raggiungere un villaggio vicino. 
Il presidio del territorio
In questo senso hanno molto da insegnarci: ritirandoci dalle “terre di mezzo”, abbiamo rinunciato a presidiare un territorio prezioso, che è stato utilizzato in modo sregolato e disordinato da chi ha speculato sulla nostra assenza.
Chiusi in scatole  lanciate a cento chilometri all’ora, vediamo le nostre periferie come un male necessario, da superare in tempi rapidi. Non ci soffermiamo sulla bruttura delle zone artigianali, invase dai capannoni prefabbricati e dai centri commerciali che costeggiano per chilometri qualunque via di comunicazione, consumando ettari di territorio e deturpando definitivamente il paesaggio. Chiusi nell’utero ovattato della nostra auto, veniamo isolati dal mondo esterno da cristalli che filtrano tutto: luce, freddo, caldo, rumori, profumi, puzze.
Vediamo una nuova circonvallazione e ne apprezziamo la scorrevolezza, senza renderci conto che magari per costruirla è stata deturpata una zona di pregio paesaggistico, e che comunque il territorio è stato tagliato da una barriera spesso insormontabile per chi cammina, poiché difficilmente viene previsto un passaggio pedonale. 
Chiusi nelle nostre auto non notiamo le discariche abusive che nascono come i funghi sui bordi delle strade asfaltate o in mezzo alle strade campestri, pavimentate per centinaia di metri con le macerie depositate da muratori irresponsabili.
Chiusi nelle nostre auto, ci ritiriamo da un territorio che non percepiamo più come bene comune. Il dogma della proprietà privata ci ha fatto dimenticare l’importanza di beni fondamentali per la collettività; l’atrofia del nostro sguardo ci impedisce di comprendere che uno scempio estetico compiuto da un privato ignorante o in malafede sul proprio terreno può avere conseguenze devastanti sul paesaggio, che oltre ad essere un bene collettivo è una delle principali risorse economiche del nostro Paese.

sabato 4 giugno 2011

Quando si parla di mobilità (2)

Non è la prima volta che mi capita di scrivere di mobilità sostenibile.

Qui su queste pagine - in diverse occasioni - l'ho già fatto.

Ho ricordato quello che rappresentò il collegamento ferroviario del "Gamba de Legn" tra Pavia e Milano.

Mi sono illuso, come tanti miei altri colleghi pendolari, quando fu fatta una proposta per un nuovo ed innovativo collegamento interrurbano, ma fu subito prontamente smentita.

Spero di non ricadere nella delusione di non vedere realizzate le ennesime promesse fatte per nuovi collegamenti ferroviari interurbani tra Pavia e Milano.

Accantonando questi aspetti spiacevoli, mi fa piacere constatare che c'è ancora chi crede ancora al promesso bike-sharing nel Parco Visconteo e che si impegna a farlo facendo piccoli grandi passi uno dietro l'altro. La "rete" di piste ciclabili a Certosa di Pavia" sta crescendo e si sta sviluppando.

la ciclabile di Via Montale a Certosa di Pavia
L'unica cosa che posso fare adesso è sottolineare le piacevolezze che sono riservate a chi va in bicicletta sperando di incontrare sempre più persone con cui condividere il cammino.

mercoledì 1 giugno 2011

Ne vale la pena (Armando Spataro)

Lunedì sera Armando Spataro ha descritto episodi che non ho mai dimenticato. Anch'io ho una certa età. Milano degli anni '70 era la mia vita di adolescente. Il racconto fatto sembra provenire da un'altra dimensione. Da un'epoca lontana, per molti, nel tempo e nello spazio. Il suo racconto è denso di aneddoti e particolari, non si ascoltano le fredde cronache giornalistiche di Brigate Rosse, di magistrati uccisi, di terrorismo internazionale. Il suo racconto è lucido e vivo, è pieno di particolari che danno spessore a queste pagine di storia vissuta in prima persona.

Negli anni '70 ero adolescente a Milano. Piazza Po. Parrocchia del Gesù Buon Pastore (G.B.P. per gl'intimi). Gruppo ASCI Milano XIX Martin Luter King, squadriglia Aquile. Ero scout. Gli amici erano la cosa più importante e c'erano giornate in cui non ci si poteva incontrare perché non ci si poteva muovere liberamente. I genitori erano assillanti. Dove vai? Con chi sei? Chi vedi? Non c'erano telefoni cellulari e le notizie non circolavano con la velocità di oggi. Anche i genitori meno ansiosi si preoccupavano di quello che si sentiva dire dal passaparola e dalle radio, dalle quali capitava spesso di ascoltare la cronaca di morti ammazzati. Erano appena nate le prime radio private in FM, con bassi costi di impianto e gestione. Le radio private, che all'epoca erano quasi illegali perché senza vere e proprie licenze, erano quello che oggi si può paragonare ad internet. Le radio private erano il nuovo mondo. Erano l'ultima frontiera della comunicazione. Potevi telefonare e andare in onda senza "filtro". A Radio Milano Centrale e Radio Milano Libera si poteva ascoltare la musica che non avevi mai sentito alla radio pubblica. A Radio Stramilano potevi chiacchierare anche di notte e chiedere la tua musica preferita. Andavo agli studi di Radio A, la radio della diocesi, dove lavorava un amico scout. Le radio libere facevano anche informazione. Molte facevano anche propaganda politica. Radio Popolare a sinistra, Radio University a destra.

A volte mi è capitato di trovarmi in situazioni che oggi sono impensabili.

Il ricordo assomiglia ad un sogno. E tutto ciò che accade lascia il segno. 

Per andare e tornare da scuola prendevo i mezzi pubblici. Un sabato mattina c'era una manifestazione in centro. Capitava spesso in quegli anni. Quella mattina non circolavano i tram e si torna a casa a piedi. Non c'era traffico e camminavo sempre di buon passo; ero scout, ci ero abituato. Come al solito cercavo di percorrere la strada più breve e veloce. Passai, come al solito, da Via De Amicis. Come al solito ascoltavo con attenzione i rumori lontani. Sentivo, in lontananza, i rumori di una manifestazione. A tutto ci si riesce ad adattare e abituare. Poi, col tempo, ti rendi conto che non si trattava di cose proprio così "normali".

Tornato a casa, come al solito, accesi la radio e cercai di capire, sintonizzandomi sulle varie stazioni, cosa fosse accaduto. Non c'erano tante possibilità di avere notizie se non ascoltare le radio libere.

Era il 14 maggio del 1977 e solo alla sera si ebbero le notizie ufficiali dalla RAI che confermavano quello che avevo già sentito nel pomeriggio. Dopo circa mezz'ora da dove ero passato quella mattina, proprio lì, in Via De Amicis, il poliziotto Custrà era andato incontro alla morte. Quel corteo non doveva passare di lì.

Quel poliziotto non aveva nessun motivo per morire così. Nessuno può morire così.

Ma tutto si sedimenta dentro e quello che resta è la ferma consapevolezza è che ricordare queste cose ne vale, veramente, la pena.

La serata è stata moderata dall'avv. Luca Milani, dottorando di Procedura Penale presso
l'Università di Pavia e allievo del compianto giurista e professore Vittorio Grevi.
Incontro con il procuratore Armando Spataro
Il gruppo scout AGESCI Pavia 4, in collaborazione con la comunità Casa del Giovane, ha organizzato, nel Salone del terzo Millennio in via Lomonaco 43, un incontro con Armando Spataro, procuratore della Repubblica aggiunto del tribunale di Milano.
La serata sarà l'occasione, oltre che per presentare il libro "Ne valeva la pena", scritto dal magistrato, di parlare di costituzione, diritti e giustizia. Si toccheranno vari temi, dal caso Tobagi, alle Brigate Rosse, alla 'ndrangheta al Nord, ripercorrendo gli ultimi trent'anni di storia giudiziaria italiana. Il libro di Spataro ha come spina dorsale l'inchiesta sul caso Abu Omar, l'imam egiziano che venne sequestrato a Milano il 17 febbraio del 2003 dai servizi segreti americani in accordo con esponenti dei servizi italiani. Abu Omar fu poi trasferito al Cairo e lì sottoposto a torture per estorcergli informazioni: come il Parlamento Europeo e il Consiglio d'Europa hanno dichiarato, le indagini compiute in Italia lo hanno reso il caso meglio documentato di abusi compiuti in nome della lotta al terrorismo. La vicenda Abu Omar - con molti retroscena svelati in queste pagine - è una delle tante inchieste svolte da Armando Spataro in 34 anni di attività professionale, dalle indagini sulle Brigate Rosse e Prima Linea a quelle sulla 'ndrangheta trapiantata in Lombardia, per finire con quelle sul terrorismo internazionale. Armando Spataro racconta il suo impegno e quello di tanti altri colleghi a difesa della Costituzione, ripercorre ragioni e contenuti delle leggi ad personam. Una storia popolata di ricordi dolorosi e di facce ambigue, ma anche di persone amate e di esempi di coerenza, fino al sacrificio della vita.

giovedì 26 maggio 2011

Il Canto degli Italiani (2)

Il Nabucco è un componimento poetico scritto dal poeta Temistocle Solera che Verdi musicò. La vicenda narra la storia del popolo ebraico e della loro prigionia nell'antico Egitto dei faraoni.

La storia narrata nell'opera, in estrema sintesi, è questa:
Gli Ebrei a Gerusalemme si lamentano per il loro destino perché sono stati sconfitti dal re di Babilonia, Nabucco. Zaccaria, pontefice di Gerusalemme, cerca di risollevare l’umore degli Ebrei.
La figlia del faraone, Fenena, viene catturata e controllata da Ismaele, nipote del re di Gerusalemme.
Lei, però, si innamora di Ismaele e anche lui di lei. Cercano di fuggire insieme. A rovinare il loro piano ci pensa l’altra figlia di Nabucco e anche lei innamorata di Ismaele, Abigaille, che scoprendo la loro fuga minaccia Fenena. Fenena si converte all'ebraismo e, diventata governatrice della città di Gerusalemme, libera tutti gli schiavi ebrei.Abigaille entra con la forza in Gerusalemme con un piccolo esercito.
A questo punto arriva il faraone che riprende la corona e maledice il Dio degli Ebrei.
Appena dice queste parole viene però fulminato e cade a terra.Abigaille prende la corona, si dichiara nuova regina e condanna a morte tutti gli Ebrei.
Nabucco sa che così morirà anche sua figlia Fenena e si converte anche lui all'ebraismo pregando Dio di aiutarlo. 
Una parte dell’esercito quando vede che Nabbuco sta di nuovo bene lo aiuta contro Abigaille.
Nabucco riprende la corona e Abigaille si avvelena chiedendo perdono. Zaccaria predice che Nabucco governerà su tutti i popoli della terra.
L'opera è del 1842 e solo in seguito all'unità d'Italia, gli esponenti del risorgimento e il popolo videro in questo canto i sentimenti in cui identificare la loro ribellione alla dominazione austroungarica.

La famosa aria cantata dal popolo ebraico è una sorta di preghiera che rivolge verso la loro Patria, la famosa terra promessa.

Va, pensiero, sull'ali dorate;

va, ti posa sui clivi, sui colli

ove olezzano tepide e molli
l'aure dolci del suolo natal!
Del Giordano le rive saluta,
di Sionne le torri atterrate.
Oh, mia patria sì bella e perduta!
Oh, membranza sì cara e fatal!
Arpa d'or dei fatidici vati,

perché muta dal salice pendi?

Le memorie nel petto raccendi,
ci favella del tempo che fu!
O simile di Solima ai fati
traggi un suono di crudo lamento,
o t'ispiri il Signore un concento
che ne infonda al patire virtù!
In molte occasioni questa aria è stata proposta come inno nazionale italiano, e c'è chi dice che "se nell'Ottocento lo si cantava a Milano o a Pavia era per invocare l'unità e la libertà della Patria Italiana."

Chi afferma ciò è Lucio Toth che - in Friuli, a nome della Federazione delle Associazioni degli Esuli Istriani Fiumani e Dalmati - rincara e continua affermando che "in fatto di italianità e di venezianità non accettiamo lezioni da nessuno, perché ne siamo maestri. Nelle nostre cerimonie cominciamo sempre con l'Inno di Mameli, e concludiamo sempre i nostri incontri, tristi e lieti, con i nostri figli e nipoti intonando il Và pensiero. Che è rivolto alla nostra Istria, al Quarnaro, alla Dalmazia, quelle sì - conclude - belle e perdute".

Comunque sia e comunque la si possa pensare, resta il fatto che l'Italia, unita da 150 anni, non ha ancora trovato una propria identità vera e "creduta" da tutti.
La dimostrazione è nella realtà che vediamo attorno a noi.

All'atto pratico, nella vita di tutti i giorni, non mi sembra vedere tutto questo attaccamento e dedizione alla nostra patria.

Penso a tutti i miei compatrioti (si diceva così, una volta) che lavorano "duramente" e che "onestamente" evadono le tasse o eludono il fisco. E' da queste cose che si vede quanto questo "popolo italico" ami la propria patria.

E' in queste dimostrazioni di "affetto" al proprio personale tornaconto che essi dimostrano di non fregarsene nulla del "bene comune" per i propri connazionali.

Anche per questo è importante imparare a cantare in coro, tutti insieme, l'inno della nazione italiana.


E' per questo che serve ancora ribadire sui banchi di scuola questi concetti.

Forse un giorno saremo una nazione veramente unita da un ideale comune, non lo so, ma io ci credo ancora.
Certosa, gli studenti sul palcoscenico per ricordare i 150 anni dell’Unità d’Italia
Uno spettacolo degli studenti delle scuole primaria e secondaria di primo grado per ricordare il 150º anniversario dell’Unità d’Italia. L’appuntamento è giovedì sera, alle ore 21,30, negli spazi dell’oratorio.
Negli spazi dell’oratorio verrà messa in scena «Va pensiero», rappresentazione che nasce dalla collaborazione dell’assessorato all'istruzione con l’istituto didattico comprensivo di Certosa. La manifestazione culturale si inserisce in un più ampio progetto, voluto dall'Amministrazione comunale guidata dal sindaco Corrado Petrini, per coinvolgere sempre più i giovani nella vita del territorio. «E’ questo l’obiettivo con cui qualche anno fa è nato il consiglio comunale dei ragazzi - spiega l’assessore Maria Vittoria Sereni - è costituito da studenti che, non solo vogliono conoscere meglio i meccanismi della pubblica amministrazione, ma intendono anche partecipare in veste di protagonisti a manifestazioni ed eventi organizzati dal Comune».
A partecipare allo spettacolo, organizzato grazie all'aiuto degli insegnanti, saranno gli alunni delle quinte classi della scuola elementare. Con loro ci saranno anche gli studenti delle scuole medie di Certosa.
Stefania Prato

dalla Provincia Pavese del 24 maggio 2011